Filippo de Pisis, Museo del Novecento, Milano, sino al 1 marzo 2020

Bella e sostanziosa antologica, ripercorre le fasi cruciali per percorso di un artista eccentrico per nascita e scelta, la cui pittura mai “deve” essere e sempre vuole essere.

De Pisis, Il gladiolo fulminato, 1930

De Pisis, Il gladiolo fulminato, 1930

Il giovane ferrarese Tibertelli incrocia giovanissimo i grandi metafisici e annusa il cilma dada internazionale, poi è a Parigi nel 1925, poi è di fatto nomade sino alla fine: e la sua pittura cresce di grado in grado tra umori settecenteschi e un senso filosofico dell’impressione, rimonta il vecchio schema dell’Einsatzbild e ne fa natura morta fremente, trascorrimento visionario ma mai feroce.

Perfettamente fedele ai generi – ritratto, paesaggio e veduta urbana, natura morta – è infedele al principio di autorevolezza del fatto pittorico, che è in lui veramente frisson di pelle e di vita, e sempre pensiero intorno al dipingere.

De Pisis, Grande natura morta, 1944

De Pisis, Grande natura morta, 1944

È una mostra sommamente e felicemente anacronistica, quella di uno dei massimi del ‘900 europeo circondato sempre da rispetto ma, complice un mercato imbecille, mai elevato al riconoscimento che gli sarebbe spettato.