“Chissà perché non mi hanno mai invitato alla Biennale”, in “Il Giornale dell’Arte”, 399, Torino, luglio-agosto 2019

Arriva un tizio imbacuccato, espone piazza San Marco il suo polittico sghembo di tele con una grande nave da crociera incombente tra citazioni di vedutismo, con perfetto kitsch annesso per mimetizzarsi con gli altri bancarellari, poi arrivano i vigili e lo invitano a sgombrare perché non ha i permessi.

In tempi di Biennale tutto fa, anche il minuto di video che Banksy ha postato e su cui si sono gettati golosi i media di tutto il mondo, qualcuno non capendo neppure che il commento che si chiede “chissà perché non mi hanno mai invitato alla Biennale” è parte integrante di questa operazione ancora una volta lucida: fatevi una domanda e datevi una risposta, direbbe il noto conduttore televisivo notturno.

Banksy, Venezia 2019

Banksy, Venezia 2019

Era un’azione charificatrice, credo, dal momento che il murale con il bimbo migrante con il candelotto segnalatore in mano piazzato su un muro délabré di Dorsoduro se l’erano filato in pochi sino a quando Banksy non l’ha rivendicato come suo: ah ah, adesso siamo sicuri che è “un’opera d’arte” e ne possiamo parlare. Qui tutto chiaro, è un Banksy DOC.

Il filmatino è ben ripreso, ben sceneggiato, ben montato, compreso l’intervento dei vigili che fanno il loro dovere, si direbbe come comparse inconsapevoli: è una vita che l’autore gioca al meccanismo di guardie e ladri, e le guardie devono solo fare, nel bene e nel male, le guardie. E il tema è perfetto, come la realtà s’è subito incaricata di confermare.

Qualcuno, nelle cronache dei media, si chiede ancora se l’imbacuccato fosse proprio Banksy, segno che ormai qualunque partita egli giochi la vince perché ha di fronte legioni di polli per i quali l’unico argomento è l’anagrafe del nostro, e se sia uno che agisce in prima persona, mentre ti raccontano non meno giulivi che uno come Koons aveva in studio uno staff di centotrenta collaboratori, per dire.

Trovo rilassante non sapere se c’è uno che dice almeno a se stesso “io sono Banksy”, o se si tratta di un progetto molto più articolato ma retto su un filo ferreo di ragionamento. Rilassante, e irrilevante. Certo fa strano, in un’epoca in cui i social sono inondati da milioni di nessuno che per sentirsi qualcuno e rivendicarlo pubblicano storie instagram con le immagini di quello che mangiano e di quello che fanno in bagno, ma è indice che Banksy era un pensiero che qualcuno doveva pur pensare. E trovo confortante che lo scopo della sua operazione non sia neppure diventare una star dei social, facendo del proprio anonimato una maschera mediatica.

Se c’è una cosa di Duchamp che Banksy da subito ha capito, è che se metti gli inneschi nei posti giusti, la tua figura – e la tua leggenda – la costruiscono tutta gli altri: il vigile e il poliziotto, il sindaco di New York che ti dà la caccia, i cronisti straniti e spesso imbesuiti, i critici che fingono di saperla lunga, i mercanti furbetti che tentano di lucrare sui tuoi interventi, quelli che fanno le “tue” mostre, le SIAE di tutto il mondo, i Gordon Gekko che fanno cose turche per procurarsi un’opera (meraviglioso: fare cose illegali per accaparrarsi una cosa nata illegalmente), eccetera.

Lo confesso, la mia curiosità ha un po’ barcollato al tempo dell’opera che si è autodistrutta durante l’asta Sotheby’s: era un gioco un po’ scontato, e che quelli della casa d’aste, i loro avvocati compresi, ne fossero del tutto ignari non quadrava per niente con troppe cose. Ma ora Banksy è tornato ai vecchi livelli, a una contraddizione all’apparenza dolce ma che ha sempre ben chiaro cos’è, cosa non è e com’è quella roba che ci ostiniamo a chiamare arte.