Bertozzi & Casoni. Terra!, Marca, Catanzaro, sino al 20 novembre 2019

Ancor più chiara si fa, in quest’ultima mostra di Bertozzi & Casoni, la meditazione sulla durata, e sul rapporto con quelle che Georges Perec nel 1965 aveva reso protagoniste come Les Choses.

Bertozzi e Casoni, La fine, 2015

Bertozzi e Casoni, La fine, 2015

Quanto alla durata, “Noi siamo per un libro un quadro che si fa, si mette da parte e si continua a leggere” e non si butta via: “Forse c’è un mercato della carne solo perché la carne è l’uomo che crede al rapido consumo?” si chiedevano Giorgio Manganelli e compagni nel primo numero di “Grammatica”, 1964.

B&C assumono iconografie basse, residuali, inestetiche e antiestetiche, legate alla consunzione, allo scarto, all’impurità vistosa, e le proiettano sulla filigrana dell’antica finzione della Vanitas: e nel transito cólto rendono necessaria la perfezione ridondante del loro fare, l’acribia tecnica che trova la propria ragion d’essere nell’agire fastoso sul proprio contrario iconografico.

Applicano una forma di perfezione altissima, e fervida di sottigliezze intellettuali – citazioni, suggestioni, implicazioni, evocazioni – d’un barocchismo visionario che non intende stupire, che non tenta meraviglie, ma di suscitare un disagio insanabile.

Bertozzi e Casoni, Cuccia Brillo per setter inglese, 2018

Bertozzi e Casoni, Cuccia Brillo per setter inglese, 2018

Difficile, nel loro caso, che qualcuno spenda il termine di avanguardia, ché il gioco delle aspettative e delle apparenze a tutt’altro parrebbe imparentarli. Invece la loro è proprio avanguardia distillata, dal momento che provoca collisioni concettuali profonde e vivide come ormai poche ne circolano.