La Firenze di Giovanni e Telemaco Signorini, Palazzo Antinori, Firenze, sino al 10 novembre 2019

È una parte essenziale della mostra lo stesso palazzo Antinori, cui posero mano Giuliano da Maiano e Baccio d’Agnolo, a dire d’un panorama visivo fiorentino che entra in gioco a più livelli.

Telemaco Signorini, Un mattino di primavera. Il muro bianco, c. 1866

Telemaco Signorini, Un mattino di primavera. Il muro bianco, c. 1866

Un padre e un figlio. Giovanni si fa vedutista intorno agli anni quaranta dell’‘800 alla maniera veneziana e romana, diventando il prediletto di Leopoldo II, attingendo dal modello codificato di Lorrain e come mediandolo in gusto per la clientela ricca dei voyageurs stranieri.

Nel 1853 approda alla sua bottega, dov’è già Telemaco, Vincenzo Cabianca: i due si associano a Odoardo Borrani nel tentare un più diretto plein air, e guardano naturalmente alla Parigi di Corot e Courbet. Il percorso di Telemaco ha la sua svolta al momento del contatto diretto con la pittura francese di paesaggio, che evolve sull’asse Manet – Monet dando vita a ciò che ben si sa.

Telemaco Signorini, Una mattinata sull’Arno (Renaioli sull’Arno), 1868

Telemaco Signorini, Una mattinata sull’Arno (Renaioli sull’Arno), 1868

A suo favore ha un senso robusto del naturale che lo ripara dalle oltranze di sdefinizione del visibile così come dal realismo programmatico, e una capacità di selezionare con assoluta clarté, più che il colore, la luce. Rispetto al padre, che è prevalentemente un artefice sia pur di vaglia, Telemaco mette nelle sue esperienze anche l’intelletto: nell’Italia culturalmente asfittica di quel tempo, è una figura eminente.