Piace pop, in “Il Giornale dell’Arte”, 396, Torino, aprile 2019

Uno fa un giro nella mostra “Il classico si fa pop” e capisce subito che forse c’è un problema, perché tentando di comunicare al pubblico di quelli che ancora ci si ostina a chiamare, con espressione esecrabile, “i non addetti ai lavori”, una faccenda complicata come il mito dell’originalità e la stratificazione storica del gusto per copie, repliche, d’après, pastiches eccetera, era meglio tentare di non confondere pop, kitsch e l’attuale imperante “lo famo strano”. Per dire, che cippa ci vogliono dire i son et lumière invadenti, caleidoscopi stremati e vagamente onanistici, che danno all’allestimento un tono da superstore fighetto e impennacchiato? E quell’eccesso di illuminotecnica aiuta a qualche titolo? Boh.

Il classico si fa pop

Il classico si fa pop

E pensare che il tutto nasce da una ghiottoneria, il ritrovamento dell’atelier di Giovanni Volpato, il quale al tempo del neoclassicismo imperante traduceva l’antico in gusto Middlebrow (gli acquirenti erano un po’ più scemi ma un bel po’ ricchi, altro che pop) con i suoi biscuit strepitosi e i suoi pastiches genialmente devianti: e di pastiches non meno geniali era autore Piranesi. Poi gli organizzatori devono aver deciso per il “lo famo strano”, e da un bel capitolo della storia del gusto – per dire, Volpato era uno che aveva a che fare con gente come Gavin Hamilton, Ennio Quirino Visconti e Canova – sono finiti a metter lì il solito giochino di Eva Mendes che fa la Paolina Borghese e una sfilza di discoboli (compreso quello nazistello di Leni Riefenstahl, divertente ma che non ci azzecca per niente) ed ermafroditi assortiti. Un po’ come “Serial Classic” e “Portable Classic” da Prada quattro anni fa, ma qui ci si vede decisamente meno.

Forse la questione è che, filologia per filologia, e giusto per citare il solito Carver, “di cosa parliamo quando parliamo di pop” non è ben chiaro, e invece dovrebbe esserlo. E che quando mettiamo in campo delle opzioni kitsch dobbiamo ben sapere che è un’altra roba, e che quando Vezzoli congegna i suoi montaggi straniati è tutto meno che pop o kitsch, per dire.

E tutto questo per dirci cosa? Che alla fin fine, forse, il problema dell’unicità dell’opera d’arte è un pippone intellettuale che ci siamo inventati in una certa epoca noi, che consideriamo peraltro “esclusivo” anche uno swatch edito in “soli” diecimila esemplari, e i romani antichi no, e che per colpa di classicismo e neoclassicismo (ricordo una mostra straordinaria alla Liebighaus di Francoforte, Natur und Antike in der Renaissance, nel lontano 1985, abitata da una vera sfilza di “Veneri pudiche” di ogni ordine e grado: ma tirare in ballo il pop per quelle cose sarebbe stata una vaccata sesquipedale) tutto è finito nel frullatore di un’idea di imitazione che voleva dire tutto e niente.

Dunque, per raccontarci una cosa complicata come questo argomento la chiave pop, cioè il Masscult, alla fin fine mette sotto scacco gli organizzatori stessi, imprigionati in una logica perfettamente Midcult: il vecchio Dwight MacDonald si sarebbe divertito. O magari no.