Preraffaelliti. Amore e desiderio, Palazzo Reale, Milano, sino al 6 ottobre 2019

Vicenda complicata, quella dei Preraffaelliti, stagione cruciale dell’Ottocento inglese, dotata da tali caratteri di tipicità e da un tale atteggiamento di gusto da renderla insieme per un verso esteticamente suggestiva, e per altri definitivamente inattuale.

John Everett Millais, Ophelia, 1851-1852

John Everett Millais, Ophelia, 1851-1852

Vi convivono una declinazione per certi aspetti originale del romanticismo e una sensualità che, pur programmaticamente controllata, trapela da vie molteplici; il progetto di un’arte alta e resa ancor più nobile dalle radici letterarie, le Sacre Scritture e Dante in testa, e la consapevolezza che il mondo che si vagheggia sta trascolorando inevitabilmente; l’idea di una diversa via possibile verso la modernità e le nostalgie di un’identità culturale che non ha ben chiaro in cosa riconoscersi.

Di fronte a questi materiali si misura nitido il gap tipico delle mostre nate, come questa, per un consumo culturale più vasto. Occorrerebbe una definizione chiara, semplificata, di ciò che lo spettatore sta osservando, e ciò non è possibile perché questi autori perseguivano un’arte colta e complessa, fatta per una fascia ristretta e intimamente aristocratica di riguardanti: e ciò è pressoché impossibile da mediare.

John William Waterhouse,The Lady of Shalott, 1888

John William Waterhouse, The Lady of Shalott, 1888

Inoltre, nella coscienza collettiva d’oggi l’unità di misura di quel tempo è ormai stabilmente la grande scuola francese, Ingres e Delacroix, Courbet e l’impressionismo, o almeno la vulgata che se n’è fatta: e rispetto al paradigma l’eccentricità è, ormai, forse troppa. È una mostra importante, dunque, e con opere non secondarie. Ciò che è da temere è che ormai siano gli occhi e le aspettative del pubblico attuale a non essere adeguati.