Jean Dubuffet e Venezia, Palazzo Franchetti, Venezia, sino al 20 ottobre 2019

Aveva provato già nel 1949 Bruno Alfieri, al tempo di L’art brut préféré aux arts culturels, a organizzare una mostra di Dubuffet a Venezia: ma Venezia rappresentava proprio la quintessenza delle “arts culturels”, e il radicalissimo artista non poteva accettare.

Dubuffet, Site domestique (au fusil espadon) avec tete d'Inca et petit fauteuil a droite, 1966

Dubuffet, Site domestique (au fusil espadon) avec tete d’Inca et petit fauteuil a droite, 1966

Le grandi occasioni veneziane sono state successive, al tempo dell’Hourloupe e della grande mostra al Palazzo Grassi del 1964, quando Dubuffet è un autore internazionalmente riconosciuto: e non è certo il grande sbarco statunitense alla Biennale di quell’anno a tarparne le ali.

Poi vengono, nel 1984, le Mires, esposte alla Biennale, che non sono lavori stanchi di un pittore ormai anziano, ma ancora sovracuti cromatici e di segno di strepitosa, impenitente novità.

Dubuffet, Terre rouge (Texturologie), 1957

Dubuffet, Terre rouge (Texturologie), 1957

Questa mostra opportunissima, figlia di un progetto che non si limita a celebrare un autore ma ne sviscera implicazioni problematiche precise con piglio critico e documentario vero, mette a fuoco il vero snodo della personalità di Dubuffet: che è un insoumis per vocazione e proprio a Venezia, luogo di stereotipi e ufficialità, trova stimoli straordinari.