Hidetoshi Nagasawa. La scultura degli anni Settanta, a cura di Bruno Corà, Gli Ori 2019

Nagasawa, mancato lo scorso anno, è stata una presenza silenziosa ma potente nella scultura degli ultimi decenni. Cruciali sono stati soprattutto i suoi anni settanta, successivi alla sua scelta di lavorare in Italia, dove era giunto nel 1967, ben documentati da una mostra che si è appena chiusa a Il Ponte, Firenze, e da questo libro, che verrà presentato il 14 maggio al Palazzo Collicola di Spoleto.

agasawa, Viti di Bagdad, 1975

Nagasawa, Viti di Bagdad, 1975

Portava una radicata cultura orientale, ma la metamorfizzò subito in un pensiero dell’immagine, e in un fare, radicalmente autonomi e nuovi, con caratteri per allora inosabili: il che da subito lo ha posto nella condizione di essere rispettato più che compreso, e soprattutto di farlo leggere come un eccentrico isolato: quando, nel 1982, ho concepito “La sovrana inattualità” al PAC milanese, egli ne era una figura di snodo.

Ripercorrere il suo decennio cruciale è fondamentale, perché un paio di generazioni lo hanno conosciuto per le opere di dopo, straordinarie e sapienziali, ma si erano perse l’occasione di frequentare capisaldi come Oro di Ofir, 1971, Colonna, 1972, Viti di Bagdad, 1975, opere di stratificatissimo pensiero e insieme di levità mentale assoluta, portatrici di un’idea di spazio complessa, di tempo sospeso, in cui il rapporto con la materia prescindesse dalla sua gravità e in larga parte dalla sua stessa identità storica.

Nagasawa, Colonna, 1972

Nagasawa, Colonna, 1972

Quel decennio, che ha dato assai più dell’arte povera ridotta a slogan di se stessa e d’un concettuale largamente travisato, offriva la possibilità a un autore che lo volesse, anche, di viaggiare da solo. E Nagasawa l’ha fatto, rivendicando una separatezza difesa con inflessibilità serena e in virtù di una lucidità agguerrita ma mai assertiva.