Leonardo è mio e me lo gestisco io, in “Il Giornale dell’Arte”, 394, Torino, febbraio 2019

E poi va a finire che facciamo la guerra a Macron anche su Leonardo, visto che una che si chiama Lucia Borgonzoni e che fa il sottosegretario pro tempore al Mibac si mette a sproloquiare sul fatto che non si chiama mica Leonardò ma Leonardo, che le nostre mostre ce le facciamo noi e che quindi il Louvre i nostri quadri in prestito se li sogna: non so come la voglia mettere con il San Gerolamo, che è dei Vaticani, e con il Ritratto di musico e i fogli del Codice Atlantico dell’Ambrosiana, che è anch’essa una faccenda di preti e non dello stato, ma tant’è. Prima o poi qualcuno l’avverte.

Leonardo da Vinci, Codice Atlantico, foglio 72r

Leonardo da Vinci, Codice Atlantico, foglio 72r

Sarà un anno difficile, quello del centenario leonardesco. Anche più dell’infausta stagione di Caravaggio, per dire. Aleggiano sull’Italia almeno un centinaio di iniziative ufficiali in fieri, il che, per uno che ha ci ha dato dentro con disegni e affini ma della sua pittura è stato un bel po’ avaro, genera timori a iosa. Ma su tutte la notizia che dà più da pensare è che, con la soavità cronologica tipica di un paese il cui programmare qualsiasi cosa con un minimo di decenza è faccenda impervia, il comitato per le celebrazioni leonardesche, peraltro di gran livello, si è insediato il 6 febbraio 2018, cioè l’altro ieri, cioè quando, per dirne una, quelli del Louvre erano già un bel po’ avanti con l’organizzazione della loro mostra, e per dirne un’altra quelli della Royal Collection erano lì che annunciavano già le date della loro complicata tournée di mostre di disegni.

Noi, tra l’altro, una specie di best of di Leonardo lo avevamo già speso nel 2015 per l’Expo di Milano, e non era mica né una mostra piccola né una mostra secondaria, ma una notizia di più di tre anni fa non è che uno se la debba ricordare per forza.

È vero che allora c’era il governo Renzi, e quando il comitato si è insediato c’era Gentiloni, mentre adesso ci sono questi. Ma se tutto si riduce a passare da uno che voleva bucherellare Palazzo Vecchio inseguendo il fantasma della Battaglia di Anghiari e che giocava alla playstation a uno innamorato delle sue incontinenze gastronomiche che spiega a Gattuso come si allena il Milan, si capisce chi è fuori posto, se l’Italia politica o quelli che dicono Leonardò: i quali, tra l’altro, mi fanno assai più incazzare quando scrivono Michel-Ange, per dire. Dicono pure Picassò, ma non mi risultano proteste ufficiali da parte del governo spagnolo.

Certo, Macron non è un bel vedere, e nemmeno Jean-Luc Martinez che presiede il Louvre alla sua maniera. E meno male che i cugini si sono fermati in tempo, altrimenti per l’occasione leonardesca avrebbero pure dorato i tetti di Chambord come fossero le cupole del Cremlino.

Ma porca vacca, che il Louvre dedichi una mostra primaria a Leonardo a occhio e croce è una faccenda che travalica gli interessi di bottega, e persino quelli nazionali. Si comincia così, poi va a finire che gli unici autorizzati a occuparsi di lui sono quelli di Vinci, di Michelangelo quelli di Caprese, eccetera.

Vuoi mai che, come ormai si legge a destra e a manca anche in pagine non di serie B, siamo ancora in ballo con la storia che quelli là devono restituirci la Gioconda? Almeno qualche anno fa quelli di Varese, che tra l’altro politicamente la pensavano proprio come la sottosegretaria, andarono in delegazione al Louvre chiedendo in prestito la Gioconda perché, testuale, il mitico Vincenzo Peruggia che se la rubò era nato dalle loro parti. Ma quella, nel suo candore dilettantesco, era una cosa che faceva ridere, e non l’iniziativa di un membro del governo ammantata di pochezza sconfortante.