Angelo Fortunato Formiggini. Ridere, leggere e scrivere nell’Italia del primo Novecento, Gallerie Estensi, Modena, sino al 30 giugno 2019

Formiggini è un ebreo modenese la cui tesi di laurea, la seconda, è nel 1907 Filosofia del ridere, in cui l’umorismo è letto come “massima manifestazione del pensiero filosofico”.

Brantôme, Le dame galanti, Formiggini 1937

Brantôme, Le dame galanti, Formiggini 1937

Esordisce subito in un’attività editoriale frenetica e criticamente viva, a cominciare da La secchia di Tassoni, con collane – I classici del ridere in testa – e riviste – su tutte “L’Italia che scrive” – che manifestano una lucida idea di politica culturale: e medita di editare una Grande Enciclopedia Italica.

Nel momento fatidico ritiene di poter convivere con il fascismo, ma incappa nel dirigismo culturalmente tronfio di Giovanni Gentile, nel potere della mediocrazia di regime, e subisce più d’uno smacco. Poi vengono le leggi razziali. Formiggini ormai sa che questa non è più la sua Italia, l’Italia che avrebbe potuto essere, e il 29 novembre 1938 compie un gesto silenzioso e inequivocabile: lucidamente disilluso si getta dalla Ghirlandina, la torre del duomo modenese.

Augusto Majani, Illustrazione per Tassoni, La Secchia, Formiggini 1908

Augusto Majani, Illustrazione per Tassoni, La Secchia, Formiggini 1908

Scrive Savinio: “Ma l’atto di Formiggini non era un atto disperato: era un atto esemplare, un monito. Sperava Formiggini che il suo sacrificio placasse la belva, alleggerisse il peso dei suoi fratelli”.