Verrocchio. Il maestro di Leonardo, Palazzo Strozzi, Firenze, sino al 14 luglio 2019

Scrive Vasari, dicendo dell’alunnato di Leonardo presso il Verrocchio e del Battesimo di Cristo per San Salvi, ora agli Uffizi, che “benché fosse giovanetto, lo condusse di tal maniera che molto meglio de le figure d’Andrea stava l’Angelo di Leonardo. Il che fu cagione ch’Andrea mai più non volle toccar colori, sdegnatosi che un fanciullo ne sapesse più di lui”.

Verrocchio, San Girolamo, 1465-1470

Verrocchio, San Girolamo, 1465-1470

È naturalmente una narrazione con coloriture, ma indica come in quel 1475 non solo il Verrocchio manifesta l’opzione definitiva per la scultura – in quegli anni lavora all’Incredulità di san Tommaso per Orsanmichele, poi si dedicherà al geniale Colleoni veneziano – ma anche che da quel momento la sua cerchia di adepti ben poco ancora ha da imparare in pittura: e sono Leonardo, Perugino, Ghirlandaio, Bartolomeo della Gatta, Lorenzo di Credi.

Delle celebrazioni leonardesche, questa è una delle più appropriate, perché radiografa un contesto di modi e ragionari sull’arte già altissimi in quella stagione di cambio generazionale, che spiega perché in tale humus, tutto fiorentino, abbia potuto maturare il genio estraneo di Leonardo.

Verrocchio, Incredulità di san Tommaso, 1467-1483

Verrocchio, Incredulità di san Tommaso, 1467-1483

E mostra adeguatamente perché Verrocchio sia uno snodo decisivo in un altro fatale senso. Il suo discendere da Donatello e il suo guardare a Desiderio da Settignano, le sue oltranze anche tecniche nel bronzo, decidono l’ossessione dell’allievo per il “cavallo di bronzo, che sarà gloria immortale et aeterno honore de la felice memoria del Signor vostro patre et de la inclyta casa Sforzesca”, come Leonardo scrive a Ludovico il Moro nei primi anni ottanta, che sarà il vero filo conduttore della sua vita tutta di artista.