Moroni: The Riches of Renaissance Portraiture, The Frick Colletion, New York, sino al 2 giugno 2019

Nel Discorso del 1582 Gabriele Paleotti scrive: “si dovria curare ancora che la faccia o altra parte del corpo non fosse fatta o più bella o più grave o punto alterata da quella che la natura in quella età gli ha conceduto, anzi, se vi fossero anco defetti, o naturali o accidentali, che molto la deformassero, né questi s’avriano da tralasciare”.

iovanni Battista Moroni, Il Cavaliere in rosa, 1560

iovanni Battista Moroni, Il Cavaliere in rosa, 1560

La costumatezza del ritrarre è ora per Moroni questa, il naturale delle fattezze ma anche, e soprattutto, la sobrietà degli attributi visivi che ne identificano lo stare nel mondo, una visione non preordinata e gerarchica ma, appunto, reale.

Moroni non è artista che faccia spettacolo dell’immagine, che esibisca talenti. Il teatro di maschere, di apparenze variamente seducenti, sarà del secolo dopo: ora egli scava un’esattezza prima di tutto morale, un reale asciutto e decantato ma intimamente vero.

Giovanni Battista Moroni, Lo scultore Alessandro Vittoria, 1552

Giovanni Battista Moroni, Lo scultore Alessandro Vittoria, 1552

La mostra è un’impresa non da poco, è davvero una distillazione di qualità al livello massimo di un autore che il destino ha posto ai margini facendone un campione della provincia, ma la cui consapevolezza di cosa sia il vero, di cosa sia concretamente, ma anche sul piano del pensiero, la visione, apre, ora sappiamo bene, una via straordinaria.