La Collection Courtauld: le parti de l’impressionnisme, Fondation Louis Vuitton, Paris, sino al 27 giugno 2019

Samuel Courtauld è stato un collezionista atipico per i suoi tempi, e per i nostri. Perché non era un commilitante degli artisti ma neppure uno speculatore o un cacciatore di status symbol, e soprattutto perché aveva ben compreso che ciò che occorreva davvero era trasformare in istituzione ciò che rischiava di non radicarsi nella coscienza comune della storia dell’arte.

Paul Cézanne, Joueurs de cartes, 1892-1896

Paul Cézanne, Joueurs de cartes, 1892-1896

Il decennio Venti è quello decisivo. Francofilo accanito, in pochi anni mette insieme una collezione primaria d’impressionisti e post-impressionisti con al centro alcuni capisaldi, su tutti Cézanne, Gauguin, Seurat, contribuisce agli acquisti della Tate e della National Gallery, e soprattutto fonda nel 1932 il Courtauld Institute, modello di un luogo di studi e ricerche esente dalle incrostazioni conservatrici delle università inglesi, capace anche di comprendere subito l’importanza di garantire la continuità operativa del gruppo di Aby Warburg, esule forzato dalla Germania.

Oggi si guarda il nucleo storico della sua raccolta come a un miracolo del collezionismo. La cosa affascinate è che quella di Courtauld è una forma d’amore per l’arte radicata in un’idea di umanesimo come poche illuminata.

Paul Gauguin, Te Rerioa, 1897

Paul Gauguin, Te Rerioa, 1897

È unica, soprattutto, la consapevolezza che il collezionista non è necessariamente qualcuno che si fa bello mondanamente attraverso le opere che possiede ed esibisce, ma che fa belle le opere, e senza chiacchiere e retoriche le pone al servizio della comunità, della cultura comune.