Come in Italia: un teatrino cinico solo per la tivù, in “Il Giornale dell’Arte”, 393, Torino, gennaio 2019

Il presidente francese Macron annuncia urbi et orbi che ha deciso di restituire al Bénin, vecchia colonia francese quando si chiamava Dahomey, ventisei opere conservate al Musée de Quay Branly, e le reazioni sono d’ogni genere.

“Così il patrimonio venuto da altrove e accumulato in Francia sarebbe disperso immediatamente non si sa dove. Si dovrebbe, a questo titolo, rendere la Gioconda agli italiani e l’obelisco di place de la Concorde agli egiziani!”. Così pontificava ad esempio Laurent Joffrin, che passa per un giornalista autorevole, in un editoriale su “Libération” del 20 novembre scorso.

Sculture Benin, Quay Branly

Sculture Bénin, Quai Branly

È un caso esemplare: passare dalla parte del torto così, in un giro di valzer, anche quando si ha ragione, straragione. La faccenda che la Gioconda e l’obelisco sono detenuti abusivamente dai francesi è una delle balle spaziali più tenaci dei nostri tempi, ma evidentemente alligna ancora nelle teste dei giornalisti “brillanti” i quali, forti del loro prestigio, manco controllano più neanche su Wikipedia: che è tutto dire. Per venire ai casi nostri, se quando l’ineffabile Franceschini strombazzava l’accordo storico con i Torlonia per render pubblica la collezione di marmi antichi (noi ne parlavamo già su queste colonne nel n. 380, novembre 2017, per dire) qualcuno si fosse dato la pena di controllare di cosa si parlava, adesso che in casa Torlonia è scoppiato un cospicuo casino legale non cadrebbero dal pero e scriverebbero meno baggianate in merito. Tant’è.

Joffrin, a parte la vaccata sulla Gioconda e quella gemella sull’obelisco, che sono possessi legalissimi mai messi in discussione se non dagli infervorati ignoranti dei social, sul punto ha ragione. La decisione di Macron di restituire d’arbitrio al Bénin un gruppo di opere di Quai Brany ha una sua suggestione politica evidente – come quando ha deciso di usare per grandeur e diplomazia la Dame à la licorne mandandola a zonzo per il mondo, e provandoci anche con la Gioconda medesima – ma dimostra anche un disprezzo evidente per le opere stesse. Per le opere, e segnatamente per l’amministrazione che le ha in carico, vincolata a considerare inalienabili i tesori nazionali di proprietà pubblica (un principio mica recente, l’inalienabilità del “domaine public”: l’ha fissato nel 1566 l’editto di Moulins) e qui poco elegantemente, per così dire, scavalcata d’emblée.

Per dire: il colonialismo è stata una gran brutta faccenda, e ricostruire la propria identità nazionale è ancor più importante in paesi dove essa è stata violata da nazioni forti che hanno approfittato della debolezza altrui. Detto questo, saltare a pié pari una norma vincolante come la tutela dei beni culturali in Francia non pare la mossa più furba. Inoltre, Marie-Cécile Zinsou, presidente dell’omonima fondazione con sede a Ouidah (città resa letteraria dal memorabile Viceré di Ouidah di Bruce Chatwin), solo due anni fa lamentava che il Musée historique d’Abomey, parte del palazzo reale dell’antica capitale iscritto al patrimonio mondiale UNESCO, cui le opere sarebbero destinate in quanto museo nazionale, è un posto che versa in condizioni pessime, dove a svolgere con coscienza il proprio lavoro sono soprattutto le termiti e il fuoco, visto che gli incendi si susseguono a cadenza fitta.

Qual è, ci si chiede, il principio etico guida di un politico? A occhio rispettare le leggi del proprio paese, semmai modificarle se non gli piacciono e se ci riesce, ma non certo ignorarle o violarle. A un livello più grande, rispettare e preservare i beni culturali a prescindere, dovunque e comunque.

Dunque, vuoi risarcire il Bénin per i torti che i tuoi avi gli hanno inflitto? Lavora piuttosto per far sì che il paese abbia e mantenga un museo decente, e intanto salva a nome suo e di tutti dalle termiti e da guai consimili l’integrità dei cimeli storici che ha prodotto. Una cosa più pensata e meno a effetto, ma efficace davvero.

Altrimenti è solo un teatrino cinico a favore di telecamere, una simulazione di beau geste da spendere davvero in Francia e non in Africa: e delle opere d’arte, come sempre, chissenefrega.