Robots, National Museum of Scotland, Edinburgh, sino al 5 maggio 2019

Non è che occorra risalire sino al mito di Efesto, il quale realizza per Zeus Talos, il gigante bronzeo semovente posto a Creta a guardia di Europa, oppure a Ctesibio, autore della statua “vivente” di Nysa, la nutrice di Dioniso, per la processione trionfale di Tolomeo Filadelfo in onore del dio nello stadio di Alessandria, intorno al 280 a.C.

Matthew Walker e Peter S. Longyear, Robot receptionist Inkha, 2002

Matthew Walker e Peter S. Longyear, Robot receptionist Inkha, 2002

Ma certo è curioso come il filo conduttore di questa suggestiva “Robots”, omaggio implicito a Karel Čapek coniatore del termine, sia il sostituto antropomorfo efficiente, più efficiente, di ciò che siamo o pensiamo di essere.

Solo in questi anni, a ben vedere, il “doppio” macchina delle attività non ha necessariamente arti, occhi, eccetera, ma qualcosa rimpiangiamo, perché al di là di ciò che interessa a scienziati e tecnici il nostro immaginario si è nutrito di automi, di corpi artificiosi, di proiezioni visionarie del Body Electric: poi il cinema e i media creativi, da Metropolis di Fritz Lang in poi, hanno fatto il resto.

Pietro Fiorito, Cygan, 1957

Pietro Fiorito, Cygan, 1957

Sono commoventi, nel secolo scorso, “Eric the robot, the man without a soul” costruito nel 1928 da William Richards e Alan Reffell, considerato “the perfect man”, e l’italiano Cygan, costruito nel 1957 a Torino da Pietro Fiorito, nuova versione di Talos cui già la fantascienza ha dato il suo contributo inventivo.