Ottocento. L’arte dell’Italia tra Hayez e Segantini, Musei San Domenico, Forlì, sino al 16 giugno 2019

Si inizia da Hayez, secondo Mazzini “l’artista più inoltrato nel sentimento dell’Ideale”, e si giunge a “quel misterioso divisionismo dei colori” che fa di Segantini una delle rare figure di statura autenticamente internazionale.

Hayez, Ruth, 1853

Hayez, Ruth, 1853

Per troppi decenni considerato il secolo mediocre di un’Italia non più magistra di pittura, oppure all’opposto un territorio di specialismi che ipertrofizzavano movimenti di modesto spessore – per un tempo c’è stato chi sosteneva che i macchiaioli valevano Monet e compagni –, l’Ottocento è stato materia di parti pris e luoghi comuni più che di visioni complessive e ragionate.

Ora accade, per fortuna, e si comincia a scavare sull’humus più proficuo delle storie accademiche e delle istituzioni, della formazione di un’identità nazionale, di implicazioni vernacolari, di strati di gusto, di un’idea di modernità commisurata alla società e ai suoi caratteri specifici, per cui la maturazione e la qualità dei singoli assume il debito spessore.

De Nittis, Il foro di Pompei, 1875

De Nittis, Il foro di Pompei, 1875

I nomi son quelli noti, più un mazzo di minori che in non pochi casi non meritavano d’esser tali e che qui vengono correttamente riscattati. Mostra utilissima. Ragionare l’Ottocento non è far la gara, impari, con Parigi: è capire chi eravamo, e chi volevamo essere, e chi siamo riusciti a essere.