Il tempo e lo spazio di Francesco Leonetti, Fondazione Mudima, Milano, sino al 31 gennaio 2019

Leonetti è stato un intellettuale complicato. Complicato perché non era un clericus, perché si contaminava in molti modi e in molti mondi, perché non costruiva con astuzia e pazienza la propria immagine ma interrogava se stesso e il mondo anteponendo la curiosità, la sperimentazione, un engagement antiretorico, a ogni senso d’opportunità e di statuto professionale.

Paola Mattioli, Francesco Leonetti, 1977

Paola Mattioli, Francesco Leonetti, 1977

Da poco più di un anno è mancato, e opportunamente si inizia a fare il punto sugli itinerari non lineari del suo percorso: sodale di Pasolini (con il quale, e con Roversi, fonda nel 1955 “Officina”) e attore in alcuni dei suoi film, partecipe dell’esperienza de “Il Menabò” di Vittorini e Calvino, poi inventore di riviste variamente outrées, da “Che fare” ad “Alfabeta”, saggista e compagno di riflessioni di Arnaldo Pomodoro, e molto altro.

Ce n’è abbastanza per iniziare non solo a capire molto del suo atteggiamento intellettuale, ma anche a restituirgli il peso che questo tempo di mediocri compounds intellettuali non è in grado di decifrare.

Officina, n. 1, 1955

Officina, n. 1, 1955

La chiave di lettura più suggestiva è che per sei decenni, mentre tutti i suoi colleghi erano impegnati con grande tenacia a diventare maestri ed eminenze, lui era sempre da un’altra parte, a scoprire o a inventare o a fare un’altra cosa. Complicato, ma vero.