Statuaria neoeroica, in “Il Giornale dell’Arte”, 392, Torino, dicembre 2018

E chi glielo doveva dire, a Policleto e a Mirone, che tutti questi secoli dopo saremmo stati ancora qui a erigere statue agli atleti vittoriosi? Solo che allora, appunto, ci si rivolgeva a gente come loro due, poi a Lisippo eccetera, mentre ora la faccenda s’è intristita un bel po’: vuoi perché allora l’atleta olimpico era anche, a modo suo, un po’ sacro, vuoi perché appunto la scultura era quella roba là, mentre adesso il filo della sua identità storica si è aggrovigliato, e mi sa che non lo dipaneremo più.

Salah

Salah

E poi c’è una questione di costume: li si faceva così anche perché erano nudi, mentre oggi se uno è nudo, ancorché in bronzo, nei social lo annientano. In ogni caso i vestiti d’oggi sono comunque inadeguati e tristanzuoli, abbassano tutto a banalità irrimediabile: quasi vent’anni fa giunsi a pubblicare una roba intitolata La cravatta e Joyce prendendomela con l’inutile accessorio maschile che inguaia ogni ritrattista ufficiale moderno. Ci cascò anche il rude Saddam Hussein, incravattato, invece di farsi ritrarre nella possanza ambigua d’una divisa militare, nella statuona che venne abbattuta dai rivoltosi nel 2003. Tant’è. Almeno gli eroi di oggi, i calciatori, il problema della cravatta non ce l’hanno.

Un problema ce l’hanno, semmai, committenti e fruitori dell’attuale statuaria neo-eroica, abbandonata a se stessa dall’arte che si vuole alta e resa appannaggio quando va bene del presidente di un salumificio, quando va male di assessori e affini, gente che comunque ha un senso estetico da lumpen-buzzurro e la cultura di un toporagno medio.

In ogni caso l’essenziale è, ancor oggi, che si eriga una statua di bronzo, bella grande e lustra, all’eroe della situazione. L’ultima in ordine di apparizione l’hanno presentata in questi giorni in Egitto ed è dedicata a Mohamed Salah, attaccante del mitico Liverpool al quale pochi mesi fa era toccato il non meno dubbio onore dell’esposizione degli scarpini nelle sale egizie del British. I suoi connazionali, non contentandosi della parte per il tutto, hanno voluto un tutto, e in bronzo, affidandosi a Mai Abdel Allah, non proprio un talentone diciamo, ma soprattutto artista che non ha idea del quoziente di retorica che serve in questi casi e ne ha fatto una specie di statuina da presepe napoletano odierno tirata in grande, con un faccione ebete e il corpo spupazzante come nelle caricature di cinquant’anni fa. Roba che dovremmo chiedere umilmente scusa per tutte le volte che abbiamo riso dei fustacchioni imbalsamati dello Stadio dei marmi di Roma.

Nun se pò vedè, hanno proclamato all’unisono persino i tifosi più sfegatati. E hanno ragione, anche se poi tutti citano come contrapposto esempio positivo la prova plastica di tal Ricardo Velosa, il quale a Madeira ha messo lì un mammozzo di tre metri e mezzo raffigurante Cristiano Ronaldo con la faccia imbesuita, in una posa tratta pari pari da certi bronzetti del duce che trovi ai mercatini per vecchi nostalgici. Almeno quando anni fa si son fatte statue come quella a Bobby Moore a Wembley, o a Tom Finney allo stadio di Preston, se la son giocata liscia: somiglianza, retorica del gesto atletico, e valachevaibene.