Judson Dance Theater. The Work Is Never Done, MoMA, New York, sino al 3 febbraio 2019

Le manifestazioni di performance alla Judson Memorial Church di New York, che coinvolgono dal 1960 autori come Robert Whitman, Red Grooms, Al Hansen, Allan Kaprow, ma anche Claes Oldenburg, Jim Dine, Robert Morris, sono l’avvio di un’esperienza unica e decisiva nelle pratiche dell’arte.

Lucinda Childs, Pastime, 1963

Lucinda Childs, Pastime, 1963

Si può dire che tutta la generazione grande degli anni ’60 tra performers e installatori, pop artisti e minimal, passa di qui, in questo laboratorio in cui il termine “danza” espande in modo strepitoso il proprio spettro semantico divenendo a tutti gli effetti esperienza fondamentale del corpo, del luogo, della situazione: e del suono.

Naturalmente quella congerie di pratiche disparate e talora geniali è oggi narrabile solo attraverso documenti, dunque farne una mostra è congelare il tutto in una messinscena asettica e educata, che raggela una temperatura che allora era altrimenti vivida. Ma è ciò che comportano di necessità materiali così, che vivono solo quando vengono agiti e non contemplati o studiati o, ancor peggio, feticizzati.

Trisha Brown, Walking on the Wall, 1971

Trisha Brown, Walking on the Wall, 1971

Anche i workshop e i focus su singoli autori – qui Yvonne Rainer, Deborah Hay, David Gordon, Lucinda Childs, Steve Paxton e Trisha Brown – non si sottraggono a un senso di reducismo didattico e per certi versi di marginalità, che estingue l’impurità saporosa di quelle vicende. Per il resto, ciò che li fa amare è proprio la constatazione che si tratta di esperienze irriducibili a ogni mediazione di masscult e di amministrazione economica.