De Pisis. La poesia dell’attimo, Padiglione d’arte contemporanea, Ferrara, sino al 2 giugno 2019

Il “marchesino pittore”, ferrarese, è un caso anomalo e fervido della pittura italiana del secolo scorso: la città ne ha raccolto un corpus permanente di opere di opere che, come spesso accade da noi, proprio in quanto presenza stabile attrae paradossalmente meno che se esposto in forma di mostra, che è quanto accade in questa occasione di chiusura temporanea dei musei di palazzo Massari.

Filippo de Pisis, Natura morta col martin pescatore, 1925

Filippo de Pisis, Natura morta col martin pescatore, 1925

Novità ricca di informazioni sono i carteggi con Giuseppe Raimondi, figura cruciale della Bologna novecentesca, ma il motivo maggiore di interesse è la sequela di capolavori della collezione ferrarese.

In gioventù De Pisis passa da attrazioni precoci e acute per il clima dada internazionale e per la folgorazione della metafisica dechirichiana. Poi va a Parigi, e inizia il suo percorso autonomo, fatto di una scrittura pittorica vibrante e ricca, vitale nel suo non porsi limiti stilistici, che lo decide come asincrono ai tempi e ai modi del grande dibattito pittorico, ma da subito personalità di densa, acuminata, sprezzata qualità.

Filippo de Pisis, Il gladiolo fulminato, 1930

Filippo de Pisis, Il gladiolo fulminato, 1930

Quattro opere su tutte. La Natura morta con martin pescatore, 1925, I pesci marci, 1928, nature morta slogate e genialmente corsive; La lepre, 1933; Il gladiolo fulminato, 1930, che considero il suo capolavoro assoluto. Niente di che, si direbbe, salva la bizzarria dolce e feroce che destabilizza soggetti consueti. Ma è una pittura che raggiunge il diapason d’un istinto poetico mai più visto dopo di lui, dopo quel suo dipingere che ha l’apparenza della scrittura automatica – e in un tempo di dominanti caute calligrafie – ma conserva, dentro, la fragranza della sua melanconia fondamentale, la pienezza d’anima che è solo di certi rari poeti.