Della vetrata che dire? Beh, l’ha fatta con l’iPad, in “Il Giornale dell’Arte”, 391, Torino, novembre 2018

Ora, uno si chiede dove stanno le notizie, se sono notizie. Leggo un po’ dappertutto che David Hockney – spiegano: uno famoso dacché alle aste le sue opere raggiungono cifre altissime – ha appena inaugurato una nuova vetrata dell’Abbazia di Westminster per progettare la quale ha utilizzato, udite udite, un iPad.

Hockney, Vetrata di Westminster

Hockney, Vetrata di Westminster

Ora, che Hockney costi molto non fa notizia da anni. È stato un artista di svolta, e la fama planetaria di A Bigger Splash che lo accompagna dal 1967, con tanto di film al seguito e biografie romanzate come quella recente e bellissima, Vie de David Hockney, che Catherine Cusset ha pubblicato da Gallimard, lo assevera da tempo. Ormai che anche artisti assai più mediocri, alcuni pure indecenti, costino un botto di denaro, e che ciò accada anche a lui è assolutamente la norma, oggi. Magari qualcuno si ricordasse di riassumerci anche perché è stato un grande, visto che la mostra dell’anno scorso alla Tate Britain era la prova conclamata che il nostro ottantunenne non è invecchiato niente bene, aiuterebbe un bel po’.

Ma poi ti spiegano che per realizzare l’immagine ha usato un iPad, e questo non so bene che frisson debba provocare. Intanto, non è proprio da oggi che Hockney ha “scoperto” le mirabilia dell’aggeggio, e non si scorda di ribadirlo ogni volta che apre bocca. Cosa ne dovremmo dedurre, che è moderno e fico per questo? Oppure, più banalmente, che quelli del marketing di Apple si sono inventati un trucco geniale per propagandare “le infinite possibilità” eccetera del device? O che, visto che ancora qualcuno blatera che siamo potenzialmente tutti artisti, attraverso il miracoloso apparecchio anche noi abbiamo la strada facilitata verso la gloria?

Ora, guardando le opere che il nostro realizza da anni sembrerebbe che la cosa non gli sia di grande aiuto: molto meno, per esempio, di quando banalmente per disegnare usava in modo straordinario matite e carboncino, che son faccende piuttosto secolari, oppure esplorava la visione e la costruzione dell’immagine trafficando con la polaroid, arnese allora à la page e peraltro, vedi le beffe del destino, ormai da gran tempo in disuso.

Solo che, di banalizzazione in banalizzazione, se uno è d’avanguardia è perché usa strumenti moderni, mica come quelli che non la vogliono capire e ancora son lì che perdono tempo a imparare a disegnare dipingere incidere eccetera. Il fascino dei new media in generale è ancora, per troppi, il fatto che siano new, non che siano media e dunque servano, per definizione, a fare qualcosa si spera di intelligente. E poi, sentenzia per l’occasione il vecchio artista, l’iPad “è retroilluminato, proprio come una finestra”, e noi dovremmo pure star qui come boccaloni a rimuginare sulla profondità del concetto.

Infine c’è il fatto che la secolare abbazia ora ha una vetrata inventata da lui, che così entra nel club di quelli che hanno piazzato la propria opera moderna dell’ingegno dentro un monumento antico: per dire, come Mucha, Chagall, Braque, Léger, Soulages, Richter, eccetera. Anche qui lo stupore non ti coglie. Gli inglesi devono sostituire una vetrata e invitano l’artista nazionale più famoso che c’è. È vecchio e un po’ bolso, ma è come il grigio: l’artista importante va su tutto, l’ufficialità si sposa con il lato cool della narrazione ufficiale dell’arte, i pochi che ardiscono dissentire si possono bollare come passatisti e via. E poi l’opera è pure dedicata alla regina targata “Dieu et mon droit”, così ogni opinione in merito è superflua a prescindere.

Dunque, riassumendo, Hockney ha fatto una nuova vetrata per Westminster e per la regina. È molto elementare e colorata, postmatissiana un bel po’. È di una modestia imbarazzante ma non si può dire. È tutto.