Bartolomé Bermejo, Museo Nacional del Prado, Madrid, sino al 27 gennaio 2019

Bartolomé de Cárdenas, El Bermejo, Bartolomeus Rubeus secondo la sua firma latinizzata, matura come spagnolo di matrice fiamminga a Valencia, peregrina tra Valencia, Daroca, Saragozza e Barcellona, e lascia un gruppo di dipinti primari dei quali, ora, si è infine ristabilita l’importanza cruciale.

Bartolomé Bermejo, Fragellazione di Santa Engrácia, c. 1474-1477

Bartolomé Bermejo, Fragellazione di Santa Engrácia, c. 1474-1477

La sua attività è già matura nei primi anni settanta del XV secolo, quando lavora al retablo per Santo Domingo de Silos a Daroca, nel decennio successivo lavora alle ante del retablo centrale dell’altar maggiore della cattedrale di Saragozza e soprattutto avvia nel 1483 il trittico della Madonna del Montserrat, affiancandosi Rodrigo e Francisco de Osona, per Francesco Della Chiesa, mercante italiano che fa giungere l’opera alla cattedrale di Acqui Terme: di fine decennio, 1490, è il capolavoro della Pietà Desplá per la cattedrale di Barcellona: alla capitale catalana darà anche vetrate.

Non è, da subito, un mero traduttore di gusto, e soprattutto sul piano delle iconografie forza i paradigmi immettendovi ventate di intuizione originale: il paesaggio in cui è calata la Pietà Desplá è indicativo, e indica una informazione non di seconda mano anche sulla pittura italiana coeva.

Bartolomé Bermejo, Pietà Desplá, 1490

Bartolomé Bermejo, Pietà Desplá, 1490

Perfettamente calato nella congiuntura in cui arte fiamminga e arte italiana in quel momento sono al diapason dei loro rapporti, ne offre una ulteriore fervida declinazione locale. Solo la miopia storico-artistica che considerava la Spagna dell’epoca ancora attardata rispetto ai grandi centri può farlo considerare un minore. La sua Spagna è anche quella di Jaume Huguet, che feconda Barcellona, e di Fernando Gallego, un polo cosmopolita destinato di lì a poco a dar frutti straordinari.