Spioni e spiati, in “Il Giornale dell’Arte”, 390, Torino, ottobre 2018

Correva l’anno 2006 quando si sono sciolti i Surveillance Camera Players, geniali cazzari che inventavano performances davanti alle videocamere di sicurezza ché a loro dava fastidio che qualcuno potesse guardare gli altri mentre fanno i fatti propri. Erano radicali, certo, ma a parte che evidentemente di videocamere ne trovavano sempre di funzionanti, il che, per esempio da noi, non è per nulla scontato, appartenevano ancora a un’idea romanticamente libertaria.

Proprio in quell’anno, un giovanotto di nome Trevor Paglen ha pubblicato il libro Torture Taxi, in cui si spiegava come la CIA realizzasse l’“extraordinary rendition program”, termine peloso per dire dei rapimenti attuati per ogni dove, e oltre i limiti di molte leggi, dall’ente più ombroso del mondo. Nessuno sapeva, allora, che Paglen in realtà si era diplomato in Belle Arti, stava prendendo un Ph.D. in geografia, e coltivava un interesse alla fin fine non dissimile dai suoi bizzarri predecessori.

Paglen, Orbital Reflector

Paglen, Orbital Reflector

Il vero problema, aveva intuito il giovanotto, non era la telecamera del bancomat all’angolo, ma i programmi di sorveglianza globale sui quali si erano impegnati a vario titolo molti tra i migliori ingegni del nostro tempo, al punto che le sue immagini fotografiche, peraltro molto suggestive, documentano sempre situazioni limite – e talvolta oltre il limite – del controllo capillare che pare essere diventata la nostra condizione stabile d’esistenza.

È diventato così un “geografo radicale”, uno che quando guarda al cielo ha smesso da tempo di vedere le stelle ma scruta il reticolo infinito di orbite di satelliti spia e affini, una trama così fitta da costituire una sorta di effettiva realtà a parte in cui ciò che è artificiale è diventato più presente di ciò che è naturale. Non uno, per intenderci, da farci un’allegra serata astronomica insieme.

Visto che comunque Paglen spende il suo lavoro nel territorio dell’arte, il che è sempre, a prescindere, una forma di salvaguardia da tutti coloro che non lo amano, una cosa divertente è che egli ha messo su un fondo di conoscenze tecniche tali da farlo interloquire in maniera non ridicola con gli specialisti di robe spaziali, cioè non è mica come i soliti artisti che decidono di sconfinare in un campo che non è il loro e devono limitarsi a far finta di incresparne la superficie. Non solo, un’altra cosa divertente è che i suoi progetti costano cifre mai viste, ma egli è sufficientemente pazzo e convincente da trovare pure gente che gli dà retta e credito.

In queste settimane sta, salvo contrattempi dell’ultim’ora, per lanciare Orbital Reflector, un satellite artificiale che costa un botto di denaro e per la prima volta non serve veramente a nulla, salvo apparire come una specie di diamante luminoso collocato in una certa orbita: in concreto, è una forma argentea trasportata da un piccolo satellite che verrà lanciato con un razzo SpaceX Falcon 9 e che una volta posizionato si gonfierà, compiendo orbite di 90 minuti a 560 chilometri di altezza e riflettendo i raggi solari per la nostra meraviglia. Nell’impresa ha coinvolto Elon Musk, uno che quanto a pazzia geniale – e a istinto autopubblicitario – non è secondo a nessuno, che ci ha messo il razzo, e il Nevada Art Museum, tra le istituzioni americane la più sensibile alle questioni ambientali.

Insomma, Paglen ha messo in campo un sacco di ingegneria aerospaziale e un sacco di denaro per fare una cosa del tutto inutile, il che è perfettamente in tono con le cose dell’arte, come un bambino un po’ cresciuto che vuole far salire il suo palloncino in cielo.

E almeno qui sei tu spettatore che guardi il palloncino, e non gli altri satelliti che guardano te, come ti succede in ogni altro momento della vita. Al termine “intelligence” Paglen preferisce attribuire il vecchio confortevole significato storico, non quello da spioni di moda oggi, e per questo lo si ama.