Delacroix, Metropolitan, New York, sino al 6 febbraio 2019

Grande mostra, con opere capitali come La Grecia tra le rovine di Missolungi, Medea e le Donne d’Algeri, integrata dagli oltre centoventi disegni di Delacroix della collezione Karen B. Cohen, che davvero è una messa a punto sul peso straordinario di Delacroix nella cultura ottocentesca e poi nella nostra.

Delacroix, Morte di Sardanapalo, studio, 1826-1827

Delacroix, Morte di Sardanapalo, studio, 1826-1827

Sono Michelangelo e Rubens (“Rubens è più omerico di certi antichi”, perché “dipinge lo spirito e si disinteressa all’abbigliamento”, scrive) i riferimenti evidenti del giovane Delacroix, il quale si nutre di Dante, Shakespeare, e soprattutto Byron.

Al Salon del 1827 trionfa con il vasto byroniano Morte di Sardanapalo, del quale il Met possiede un intenso studio, delineando un ormai precisato orizzonte romantico, in cui l’artista dispiega quasi provocatoriamente un lusso visivo sfrenato in una scena di crudeltà esotica.

Giunge a piena maturazione in questo dipinto la straordinaria consapevolezza che Delacroix ha del colore, ovvero la sua qualità autonomamente espressiva che prescinde largamente dal soggetto. Il rapporto con l’intuizione e con l’istinto, quell’agire fragoroso tra Rubens e la veemenza tematica, si media sempre in lui con un atteggiamento di scrutinio e di esplorazione anche sperimentale dei mezzi che ne consentono l’espressione.

Delacroix, Mademoiselle Rose, c. 1820-1823

Delacroix, Mademoiselle Rose, c. 1820-1823

L’uso di distribuire particelle di colore puro sulla superficie per tessere un’atmosfera cromatica e una qualità luminosa complessiva, la sua analisi – non sistematica ma pragmaticamente efficace – del lavorio delle ombre colorate, il privilegio accordato non alla perfezione ma alla qualità dell’impatto visivo ed emotivo unitario, a costo di lasciare in vista imperfezioni esecutive, sono la chiave primaria della sua straordinaria modernità.