Un museo all’avanguardia già negli anni Venti, in “Il Giornale dell’Arte”, 389, Torino, settembre 2018

E per fortuna finalmente si iniziano a documentare in modo decoroso anche “les avant-gardes s’inscrivant au-delà de l’Europe occidentale”: anche se, per la verità, non si capisce perché tutte le faccende delle avanguardie russe e sovietiche le consideriamo fisiologicamente occidentali, mentre quelle polacche, maturate in una terra che è stata protagonista suo malgrado di complicati casini storico-politici ma si è nutrita di cultura tedesca ben più che russa, dovrebbero essere “au-delà”.

Katarzyna Kobro, Kompozycja przestrzenna III, 1928

Katarzyna Kobro, Kompozycja przestrzenna III, 1928

Che il Pompidou dedichi infine, a ottobre, una mostra a Katarzyna Kobro e a Władysław Strzemiński, classica “coppia nell’arte e nella vita”, è un gran bel fatto, e per varie ragioni. Chi se li ricorda, e in verità non sono molti, li colloca nel proprio casellario mentale dalle parti di “Cercle et Carré” di Michel Seuphor e Joaquín Torres García e di “Abstraction-Création” di Theo van Doesburg, dunque in ogni caso a Parigi. Qualcuno ha persino sentito nominare l’Unismo, derivazione concettuale del Suprematismo di Malevič con cui Strzemiński ha anticipato di fatto, negli anni venti, riflessioni che saranno dei monocromisti e dei cinetici. Nulla più.

Ma la cosa più grandiosa – e, aggiungo, più commovente – di questi apolidi per storia ma soprattutto per scelta, è che loro sono stati i pionieri dell’idea tutta nuova di museo inteso come luogo di studio, informazione, educazione, come spazio profilato unicamente sulla dimensione dell’arte che si sta facendo: il tutto prescindendo da ambizioni come la storicizzazione, la fama, il successo economico, eccetera.

Sono degli illusi, Kobro e Strzemiński, e i loro compagni di strada Jan Brzȩkowski (fondatore nel 1929 anche della rivista bilingue “L’art contemporain – Sztuka współczesna”), Julian Przyboś e Henryk Stażewski, quando a fine anni venti il loro gruppo “a.r.” (avanguardia reale) decide di fondare un museo dell’avanguardia? Certamente, ma è il loro bello. Per dire, quelli di Parigi solo nel 1928 riescono a far passare definitivamente il lascito Caillebotte – ed erano impressionisti, roba ormai ben digerita – ai musei francesi; a Grenoble il primo che tenta un museo del contemporaneo, Andry-Farcy, nei primi anni venti guarda a Picasso e Matisse e mette insieme cose importanti grazie all’aiuto di collezionisti e mercanti, da Bernheim-Jeune a Paul Guillaume, da Peggy Guggenheim ad Albert Barnes.

Julian Przyboś, Z Ponad, 1930, grafica di Władysław Strzemiński

Julian Przyboś, Z Ponad, 1930, grafica di Władysław Strzemiński

La militanza di Kobro e compagni è diversa, è e si vuole pura, figlia di un disinteresse che l’avanguardia sovietica ha solo sognato, subito frustrata dalle istituzioni, e alla periferia della periferia, a Łódź che non è nemmeno Varsavia, mette insieme una raccolta vasta, un centinaio di lavori, con Schwitters e Prampolini, Ernst e Vantongerloo, Arp e Léger, ovvero un repertorio primario di strumenti critici assemblati da chi fa arte perché sia utile a chi voglia pensare arte.

Si chiama, dal 1930, Muzeum Sztuki, ed è considerato un museo minore, dacché della Polonia i media ci vendono solo la capitale e Cracovia, per via del papa polacco. Ma è un caso che andrebbe ripensato adeguatamente. Una ragione non banale di fascino è il fatto che quegli artisti attuavano naturalmente un atteggiamento cosmopolita, come fossero un’isola galleggiante in una mareggiata di nazionalismi, e lo facevano standosene lì, in una città in cui eri polacco o tedesco o ebreo (e gli ebrei erano un terzo della popolazione, per cui alla fine del dominio nazista, che elimina anche i cinquemila rom censiti, Łódź si ritroverà più che dimezzata) e andava comunque bene, perché il loro non era un pensare diversamente, ma un pensiero nuovo.

Visto che Kobro e Strzemiński non campavano d’arte, i loro lavori sopravvissuti sono in numero esiguo, e rischiano di essere letti come cimeli. Invece sono proprio opere, fondamentali, distillatissime: sono, soprattutto, un lampo di civiltà della cui luce ancora adesso stentiamo a capacitarci.