Martin Disler. Rituals of Paper 1981-1995, MACT/CACT, Bellinzona, sino al 16 dicembre 2018

Martin Disler è mancato nel 1996, nel momento della piena maturità, quando la sua figura si era ormai affermata come una delle maggiori della generazione degli anni ottanta.

Disler, Sehen, 1986

Disler, Sehen, 1986

Periodicamente se ne ripercorre il lavoro, questa volta concentrandosi sulla carta, che è probabilmente l’ambito da cui massimamente si sprigiona la sua energia visiva. La mostra è fondamentale almeno per due aspetti. Il primo è che la Invasion Durch Eine Falsche Sprache, come titolava un suo memorabile progetto del 1979, non era una posa spendibile mondanamente nell’arte ma un atteggiamento radicale, che si affiancava alle oltranze della street art ma con una sua precisa, ancorché straniante, consapevolezza estetica. Il secondo è che, in ogni caso, era una questione di talento, ovvero di una capacità specifica di incanalare l’energetismo concitato dell’esprimere in immagini capaci di pronunciarlo: e il fatto che i suoi lavori assai poco risentano della distanza pluridecennale da allora a oggi, ne è prova inconfondibile.

Nella carta Disler trovava il corrispettivo naturale: la confidenza del mezzo, la velocità, la mancanza di paludamenti che pure una tela o un muro impongono: la privatezza, anche, che è in lui sempre fastosa e sempre rimuginante.

Disler, 1991

Disler, 1991

Certo, Disler troppo poco ha lasciato perché il corso dei riconoscimenti, che oggi passa inevitabilmente attraverso l’amministrazione cinica e fondamentalmente stupida del mercato, lo collochi nel posto che gli spetterebbe altrimenti di diritto. Ma mostre come questa sono essenziali per tenere viva la memoria di uno dei massimi artisti della sua generazione, e non solo.