Carlo Carrà, Palazzo Reale, Milano, sino al 3 febbraio 2019

La chiave è la fisionomia del percorso di Carrà, che mancava dalla sede milanese più prestigiosa da trentun anni: allora si prediligeva in toto l’avanguardista e si guardava con qualche imbarazzo il tempo lungo di un ordre pittorico che si leggeva come involuzione, ora se ne coglie il rimuginio lungo di chi traversi una necessaria pars destruens per liberarsi della “pittura di intingoli e di mostarde” avuta in eredità e giungere a un’idea insieme emozionata e meditata, altissima, di natura, di visione.

Carrà, La musa metafisica, 1917

Carrà, La musa metafisica, 1917

Certo, rivedere le opere straordinarie d’avvio e il solido costruire metafisico, ch’è sempre per lui fare prima di tutto pittura, in una selezione vivaddio del massimo livello, consente di pesare il suo ruolo, consapevole e autonomo, nella cultura europea moderna che va maturando, e cogliere  l’originalità del suo passo da subito identitariamente radicatissimo, e proprio perciò avverso agli equivoci dell’‘800 che non voleva esaurirsi.

Lo snodo è quando, tra Il pino sul mare, 1921, e Estate, 1930, Carrà trova la consonanza profonda con l’antico senza complessi d’inferiorità, e il passo di una monumentalità che è farsi dell’immagine dalla materia pittorica, edificazione che non tenta nulla di più e nulla di meno, distillata d’ogni compiacenza retorica.

Carrà, Cinqualino, 1939

Carrà, Cinqualino, 1939

È un artista non riducibile in slogan, Carrà, non piacevole, d’una densità pensosa e lenta, difficilmente mediabile in narrazioni suggestive: esattamente ciò che lo star system del classico moderno non desidera. Bisogna guardarlo tanto, Carrà, con occhi spogli: non basta piluccarne, ignari, le iconografie.