Ugo La Pietra, Fatto ad arte. Né arte né design. Scritti e disegni (1976-2018), Marsilio/Fondazione Cologni

Se l’eclettismo è la cifra fondamentale di Ugo La Pietra, esso non si applica al maquillage delle cose, ma entra nelle loro ragioni profonde: il che lo ha portato, per esempio, a chiedersi seriamente se l’ansia di essere d’avanguardia, dunque di far parte del mondo d’esperienza di cui “vale la pena di parlare”, non stesse buttando via con l’acqua sporca anche il bambino delle sapienze artigianali, dell’ornato, di un piacere del fare che l’arte aveva a lungo coltivato e che ora disconosceva relegandolo nell’ambigua riserva indiana dell’arte applicata.

La Pietra, Fatto ad arte

La Pietra, Fatto ad arte

La questione era: se la gran parte delle persone vive secondo standard di gusto largamente maggioritari, capire le motivazioni e i meccanismi di quel gusto e lavorarci sopra è più importante che opporgli gli standard nuovi, tutt’altro che innocenti, del design internazionale e delle sue serie illimitate.

Un’altra questione: è possibile che il sapere atavico dell’artigiano possa volgersi a forme innovative, a manufatti ad alto contenuto fabrile, da un’altra parte rispetto al mito dell’unicità e della piccola serie stabilite da pure ragioni di marketing?

Ne è nata una lunga sequenza di occasioni – penso a riviste come “Area”, alle manifestazioni “Abitare il tempo” – che, da una posizione sempre minoritaria – ma non elitariamente marginale – e in larga parte guardata con sufficienza dal manstream della cultura che si è decisa intelligente, ha inventato, seminato, creato.

Oggi, finalmente, la posizione di La Pietra si è radicata come polo di un dibattito ineludibile, e proficuo. E questa raccolta di scritti diventa materiale prezioso.