Surrealismus Schweiz, Aargauer Kunsthaus, Aarau, sino al 2 gennaio 2019

Vuoi perché molti dei più promettenti artisti svizzeri erano attratti inevitabilmentre da Parigi e da Monaco, vuoi perché i fatti della prima guerra mondiale ne hanno fatto – dal Cabaret Voltaire a Monte Verità – un polo primario dell’orizzonte dada, la Svizzera ha dato un contributo decisivo alle vicende dell’avanguardia del secolo assai più di quanto la sua paciosa e conservatorissima cultura ufficiale volesse ammettere e tollerasse.

Klee, Marionetten, 1930

Klee, Marionetten, 1930

Il surrealismo è stato quello di Klee, Arp (pioniere tra gli esuli), Giacometti, Seligmann, Tschumi, Meret Oppenheim, Isabelle Waldberg (e il ruolo protagonistico delle donne vi permane saldo anche in seguito, da Anita Spinelli a Eva Wipf alla giovane Pipilotti Rist) che ne hanno nutrito i corsi primari, sia una cultura largamente diffusa, di filigrana prevalentemente simbolista, le cui oltranze si sono a lungo riverberate: tra i sessanta artisti esposti, la generazione degli anni sessanta, per intenderci quella di Thomkins, Roth, Tinguely, mostra d’acchito più d’un radicamento surreale.

Certo, delineare un perimetro nazionale a proposito del movimento più precocemente cosmopolita, in cui radicale è il disconoscimento identitario d’una patria, è operazione impervia e non priva d’ambiguità.

Oppenheim, Das Ohr von Giacometti, 1933 (1977)

Oppenheim, Das Ohr von Giacometti, 1933 (1977)

Ma qui è in campo il passaggio alla modernità della Svizzera, che paradigmaticamente è luogo di transiti nascente da un’identità che pensa se stessa come aperta e allo stesso tempo molto localistica, dunque un unicum rispetto a ogni altra vicenda europea.