Balthus, Fondation Beyeler, Riehen/Basel, sino al 1 gennaio 2019

Il prestigio di Balthus era stato un po’ travolto, in tempi di un politicamente corretto spesso becero, dagli sproloqui intorno alla sua presunta pedofilia.

Balthus, Thérèse, 1938

Balthus, Thérèse, 1938

Ora questa mostra ne documenta, a prescindere, i rapporti plurimi che hanno legato l’artista, parigino per nascita e polacco d’origine, alla Svizzera: a cominciare dal passaggio a Ginevra in cui la madre Baladine si fidanza con Rainer Maria Rilke e dall’adozione del suo primo gatto, Mitsou, a Nyon, passando per le prime pitture a Beatenberg e il matrimonio con le bernese Antoinette de Watteville, per concludere con la casa della vita a Rossinière.

Detto questo, più passa il tempo più emerge, delle sue straniate pitture, quella sorta di declinazione primitivista del classico, d’immediata decifrabilità ma che pone in scacco l’intendimento del significato per l’ambiguità della sua costruzione, che lo colloca, intuisce subito Artaud, “al di là della rivoluzione surrealista, al di là delle forme dell’accademismo classico”, come rispondendo a una sorta di “tradizione misteriosa”.

Balthus, Passage du Commerce Saint André, 1952-1954

Balthus, Passage du Commerce Saint André, 1952-1954

La sua operazione è un ragionamento sul sogno e sul suo materializzarsi nella vita ordinaria come “estraneità inquietante”, in cui esperienze concrete rendono plastica una situazione con forti implicazioni letterarie e una vena distillatissima di eros.

Che la questione sia il suo grado di figuratività e di soggetti rientra in ciò che Zola già bollava nel 1867, quindi un secolo e mezzo abbondante fa, scrivendo che è “la preoccupazione del soggetto a ossessionare prima di tutto il pubblico”, ma non tocca gli artisti e coloro che intendono.