Almost Alive. Hyperrealistische Skulptur in der Kunst, Kunsthalle Tübingen, sino al 21 ottobre 2018

Dopo “Like Life” al Met e la mostra a Orsay sulla rinascita della scultura policroma nell’ottocento, ecco la declinazione ulteriore di un’ossessione evidentemente sempre più precisa.

Duane Hanson, Bodybuilder, 1990

Duane Hanson, Bodybuilder, 1990

Qui sono in scena l’iperrealismo e le sue conseguenze, ovvero il popism straniato di Segal che evolve tra Hanson e De Andrea sino ai tempi d’oggi. Il filo corrente è la laicizzazione del corpo, che viene assunto come un doppio senz’altre implicazioni, sottoposto a straniamenti di verosimiglianza – il caso più evidente è quello di Mueck, quello più estremo e barocco Matelli – in cui la condizione di falsificazione del visibile, alla quale le tecniche nuove consentono soluzioni impensabili ai tempi della cera e del gesso, entra in un più ampio spettro di edificazione d’apparenze.

Sam Jinks, Untitled (Kneeling Woman), 2015

Sam Jinks, Untitled (Kneeling Woman), 2015

In molti casi la problematicità dell’approccio prevale sulla pura ostensione, da Gober a Cattelan, e in ogni senso non è più questione di sculturale in senso stretto, ma a pieno titolo di corporeo, e del suo farsi vaso pericolante d’identità e di vita, oltre che di un’ipertrofia dell’ostentare che tocca le corde dell’osceno di una carnalità raggelata.