Ursula Schulz-Dornburg, Städel, Frankfurt/Main, sino al 9 settembre 2018

Schulz-Dornburg è berlinese ma naturalmente, grande fotografa, vive a Düsseldorf, e nel corso di decenni ha lavorato su un concetto di confine profondo e suggestivo, divenuto nel titolo “The land in-between”.

Ursula Schulz-Dornburg, part of the series From Medina to the Jordanian Border, 2002-2003

Ursula Schulz-Dornburg, part of the series From Medina to the Jordanian Border, 2002-2003

Ha ragionato sui territori dove la storia, la storia nostra, ha avuto inizio, la zona grigia tra Europa, Asia e Medio oriente in cui più forte e nitido è il contrasto fra tracce antropiche forti e il nulla delle scomparse, delle distanze senza qualità, dove lo stare di edifici marca un tragitto oppure pronuncia una perdita.

Sono segni avari, anestetici, ma dalla presenza potente proprio perché si erge in luoghi del tutto deidentificati, come spinti morenicamente ai bordi di quelli percorsi dall’umanità che vive.

I protagonisti delle sue immagini, rette da una tensione etica che si dipana nel percorso di sguardi, sono i segnali d’una perdita, d’una scomparsa, senza che l’approccio etnografico e archeologico prevalga, ma anche senza che delle visioni si impossessi la smanceria postromantica, l’estetica nuova delle rovine ch’è gioco troppo facile di molti.

Ursula Schulz-Dornburg, Aus der Serie Kronstadt, 2002

Ursula Schulz-Dornburg, Aus der Serie Kronstadt, 2002

È un lavoro forte, crudo, che affonda le sue radici nella tradizione più asciutta e pensante della fotografia, e che per sua stessa natura si fa assai poco amministrabile dal sistema artistico corrente: il che è un gran merito.