Jean-Jacques Lebel, l’outrepasseur, Centre Pompidou, Paris, sino al 30 settembre 2018

Lebel è perfetta figura dell’ambito dada-surrealista nella sua stagione neoavanguardista, attiva tanto in campo letterario e poetico – è celebre, tra l’altro, la sua traduzione in francese degli autori della beat generation – quanto sullo scenario fastosamente mobile dell’arte dei ’50 e dei ’60.

Jean-Jacques Lebel, Lettre à François Dufrêne, 1963

Jean-Jacques Lebel, Lettre à François Dufrêne, 1963

Lebel debutta da Numero a Firenze, 1955, poi tocca i mondi di Schwarz e Iris Clert, diventando infine uno dei più acuti esegeti del mondo dell’happening (suo il libro fondamentale del 1966) e uno dei più prolifici inventori di situazioni in area Nouveau Réalisme – Fluxus. La marca politica, una versione radical e altamente provocatoria dell’anarchismo, gli è famigliare, al punto che nel 1961 è coautore del Grande quadro antifascista collettivo realizzato a più mani – con lui sono Baj, Crippa, Dova, Errò, Recalcati – esposto alla milanese galleria Brera, subito sequestrato dalla polizia e ancor oggi solo raramente visibile, tappa del più complesso progetto Anti-procès.

Lebel si mantiene ai margini non solo di qualsiasi istituzionalizzazione, ma anche di qualsiasi statuto professionale: la “trasversalité” che gli riconosce Félix Guattari è effettiva, non recitata, e il suo agire da innesco critico più che da autore dalla fisionomia profilata ne fanno una figura di cui è chiara soprattutto la strategica non appartenenza.

Jean-Jacques Lebel, Esprit de sel, 1961

Jean-Jacques Lebel, Esprit de sel, 1961

È una mostra, questa, che infine almeno ne lumeggia i contorni, in cui effettivamente la crucialità e l’intensità di opere e documenti sono della stessa sostanza: certo che è comunque difficile maneggiare la controcultura, e una “insoumission radicale” di tal fatta, in un luogo che per definizione omologa.