Joconde etc., in “Il Giornale dell’Arte”, 386, Torino, maggio 2018

Sarebbe proprio il caso di chiederle se ci è o ci fa. Ma sta a Parigi a fare la ministra della cultura, Françoise Nyssen, a capo di una macchina con un budget da dieci miliardi di euro (roba che dalle nostre parti manco riusciamo a pronunciarli) e al centro di un’attenzione mediatica planetaria, e dunque da quelle parti la colorita espressione romanesca non circola, anche se calzerebbe a pennello.

Dunque, che fa la Françoise? Non contenta del putiferio scoppiato intorno all’idea di far viaggiare qua e là la Gioconda di Leonardo, la ministra indice una conferenza stampa che s’intititola “Joconde etc.”, che è come agitare davanti a esperti e giornalisti una muleta da corrida, e annuncia un altro mazzetto di delirii sparsi. In sintesi il Nyssen-pensiero è questo. Mi sono accorta che la Francia è molto Parigicentrica (te pensa un po’ la scopertona), e ci sono aree dove la popolazione non ha occasioni culturali adeguate. Ma mica posso creare musei come fossero il sistema delle ASL, che poi non si sa cosa metterci e costa un botto mantenerli. Visto che tutti vogliono vedere solo capolavori, ché fa fico, io i capolavori li consegno a domicilio, nominando un apposito “Commissaire général de circulation des œuvres” che stabilisca un pacchetto di opere “specificamente identificate” e ne organizzi le tournées qua e là. Obietti che, l’ha appena detto lei, non ci sono dappertutto spazi museali? Non c’è problema, vanno bene anche i “luoghi non museali”. Pare brutto che siano le persone a muovere il deretano e andare a vedere le cose dove stanno: poverini, con tutto quello che han da fare manca solo che per un selfie davanti al capolavoro debbano sobbarcarsi un po’ di fatica.

Géricault, Le Radeau de La Méduse, 1818-1819

Géricault, Le Radeau de La Méduse, 1818-1819

I giornalisti, almeno quei pochi che un minimo ne sanno, le chiedono se sia proprio il caso di cominciare dalla Gioconda che, si sa, ha qualche problemuccio di conservazione e i viaggi, soprattutto in “luoghi non museali”, le sarebbero fatali, ma lei risponde piccata:  “Ripeto, non stiamo parlando di un piano-Gioconda, è un piano di itineranza delle opere e non c’è solo la Gioconda. La Gioconda è un’opera iconica, ma potrebbe essere la Zattera della Medusa”.

Porca vacca, persino gli astanti più scafati rimangono senza parola. Invece di apprezzare il fatto che la reggitrice dei beni artistici pubblici conosca non solo una, ma ben due opere d’arte, sono colpiti e affondati dal fatto che il secondo esempio che le viene in mente è quello dell’opera conservativamente più disastrata dei musei francesi, il caso che quando lo nomini i restauratori hanno un subitaneo e vistoso calo di pressione.

Géricault, è noto, era uno che ragionava in grande, e nel 1819 si è immaginato un telero di circa cinque metri per sette (roba, questa, che per inciso manderebbe in bestia la stirpe degli imballatori e dei trasportatori), ma soprattutto ha pensato bene di fare un po’ di esperimenti sbagliati con i materiali pittorici e adesso tutto quello che i restauratori possono fare è rendere più lenta possibile la sua agonia irreversibile: per dire, già nel 1859 Émilien de Nieuwerkerke, che dirigeva il Louvre, ne fece fare una copia agli abili Pierre-Désiré Guillemet e Étienne-Antoine-Eugène Ronjat (ora è al museo di Amiens, evidentemente troppo fuori mano per la ministra) perché se ne serbasse almeno la memoria, e una trentina d’anni fa si ritenne impossibile trasportarlo dal Louvre al Grand Palais, roba di un paio di chilometri.

A parte che, per essere nysseniani più della Nyssen, bisognerebbe pensare anche a come far itinerare, che so, la Sainte-Chapelle di Parigi o il portale di Sainte-Foy, che ci tocca andare in quel brufolo geografico che è Conques ed è una sfacchinata, non ci resta che scegliere delle tre l’una. O la sciura Nyssen è un genio, e ha sparato questa provocazione definitiva per far saltare i nervi alla confraternita dei conservatori e dei restauratori riuniti sperando che si dimettano in massa e la lascino libera di imperversare. O è un’epigona di nuova specie della tradizione dadaista, il che è peraltro suggerito dall’effettiva impossibilità di trascrivere sensatamente i suoi discorsi, ché tocca farcire di puntini a gogò dei fonemi in libertà e ipotizzare nessi logici periclitanti. Oppure, come i più tendono a credere, non sa veramente una mazza ma ogni tanto deve far mostra di essere anche lei una decisionista macroniana. Quindi ci è, purtroppo ci è.