En couleurs. La sculpture polychrome en France 1850-1910, Orsay, Parigi, sino al 9 settembre 2018

Anche nel recupero della grande tradizione della scultura colorata la Parigi ottocentesca è all’avanguardia, soprattutto perché nel 1815 Quatremère de Quincy pubblica il suo Jupiter Olympien e gli studi sull’antico ripropongono in modo energico la questione.

Jean-Léon Gérôme, Sarah Bernhardt, c. 1895

Jean-Léon Gérôme, Sarah Bernhardt, c. 1895

È ben vero che la critica più avveduta, consapevole di precedenti non metabolizzati come le sculture in cera, avverte che il rischio è inseguire da presso la verità della vita ma finire a celebrare l’immobilità della morte, come scrive Charles Blanc. Ma i marmi policromi romani e le loro eredità barocche sono una tentazione troppo forte, e poi la ventata antiquaria che travolge l’Europa, di cui è principe Alma Tadema, è un indicatore non eludibile di gusto.

La svolta si colloca tra la conversione di Jean-Léon Gérôme alla scultura dipinta e il rifiorire di umori primitivisti assecondati dalla scultura lignea e dalla ceramica di chiave simbolista, Gauguin in testa, con esiti che tuttavia si illanguidiscono sino all’art nouveau e a umori solo decorativi.

Ernest Barrias, La Nature se dévoilant, 1889

Ernest Barrias, La Nature se dévoilant, 1889

Curioso che questa iniziativa segua di pochissimo quella del Metropolitan  “Like Life: Sculpture, Color, and the Body (1300–Now)”: anche se questa si concentra su una stagione precisa e su un campo d’indagine definito, il che la rende apprezzabile.