Quando Canova mise a sedere Washington, in “Il Giornale dell’Arte”, 385, Torino, aprile 2018

Il 23 maggio si aprirà alla Frick Collection di New York una mostra piena di cose ghiotte, “Canova’s George Washington”, dedicata a una delle opere più misconosciute, senza colpa di nessuno, di Canova: collocata nel 1821 nel senato di Raleigh, North Carolina, dopo dieci anni viene distrutta da un incendio con tutto l’edificio, a conferma che gli americani fanno benissimo ad amare molto i loro pompieri.

Ora ne esporranno il gesso al vero che viene da Possagno, dalla gipsoteca, che adesso si chiama Gypsotheca ché fa più fico per metterci le “esperienze immersive” ora tanto di moda: quando scopriranno che si può rifare con un fondamento storico anche “A Night with Canova and Flaxman” come Madame Warton a Londra nel 1837, con modelle ignude che posano in pubblico da Grazie e Paoline, magari riprenderanno ad apprezzare la realtà non virtuale. Tant’è.

Canova, Modello per George Washington, 1818

Canova, Modello per George Washington, 1818

L’idea della Frick travalica di gran lunga l’importanza della scultura, che è una cosa tardotta e tutt’altro che ispirata del nostro, con Washington seduto e abbigliato romanamente – lo preferivano stante, gli americani, ma il soffitto era un po’ basso – e in posa autorevole ma non eroica. Perché è una mostra che permette di illuminare diverse vicende che interessano non poco anche dalle nostre parti. Intanto, ci dice che non è la prima volta che le autorità statunitensi si rivolgono al nostro. Visto che a sostenere che “Philadelphia può diventare l’Atene del mondo occidentale” è Filippo Mazzei, un immigrato di Poggio a Caiano che ha fatto la guerra d’indipendenza ed è amico di Franklin e Jefferson, con il quale pianta vigne in Virginia, ma nel frattempo oltreoceano sono un po’ a corto di artisti decenti, già nel 1805 Benjamin Latrobe, che sta progettando il Campidoglio di Washington, gli chiede aiuto per la statua della Libertà in trono da mettere nel palazzone. Puntano su Canova, al massimo su Thorvaldsen, ma si avvedono che costano un botto esagerato di denaro e ripiegano più cautamente sull’importazione di Giuseppe  Franzoni (poi ci va anche suo fratello Carlo) e  Giovanni Andrei, carraresi doc che s’insediano colà e fanno cose mica male.

Quando viene il 1816 e nel North Carolina si decide di celebrare seriamente Washington, il padre della patria, la scelta è invece rivolgersi, letteralmente a tutti i costi, al migliore che c’è: e la superstar universale, in una dimensione planetaria che oggi si stenta a figurarsi, è una sola, proprio Canova. Così sentenzia Jefferson, il politico che sa leggere e scrivere – allora succedeva anche quello – e nessuno gli può dir niente, e così si fa, piegando il collo e sobbarcandosi il prezzo pazzesco di tremila zecchini d’oro, più il marmo e le non poche spese accessorie: da buon veneto Canova ragiona in zecchini, che sono tre grammi e mezzo d’oro fino: e in più, forse considera, ritraendo un padre della democrazia si fa perdonare un altro po’ i Napoleoni che ha messo in giro. A far da mediatore è Thomas Appleton, console americano a Livorno, che oltre a far digerire ai committenti il pillolone del conto deve impegnarsi in un’altra impresa mica da poco, trovare un ritratto fedele e disponibile di Washington, che è morto nel 1799. Ecco entrare nella storia un altro italiano ora dimenticato, Giuseppe Ceracchi, romano che ha lavorato tra Londra e Vienna ed è passato anche in America a ritrarre i padri della patria. Appleton reperisce un busto fatto da Ceracchi e lo presta al nostro. Poi la scultura di Canova nel 1820 attraversa l’Atlantico. L’impatto dev’essere quasi mistico, colà, dal momento che giusto pochi anni prima, 1814, un Washington è stato intagliato in legno e dipinto dal locale William Rush, uno specialista in polene di navi, per dire: il livello culturale è quello.

Ma Jefferson e compagni sono veri uomini di stato. Costruire una nazione è anche edificare la sua cultura su fondamenta solide; loro lo sanno bene, e a questo deve servire l’esempio di Canova. Almeno quella lezione da loro è durata ben più della statua: da noi invece siam stati molto più bravi a smontarle, la cultura e la nazione.