Bruno Di Bello. Opere del Novecento e del Duemila, Fondazione Marconi, Milano, sino al 27 luglio 2018

L’impiego della tela fotosensibile è stato, negli anni ’70, la chiave per investigare radicalmente il potere iconografico della fotografia e lo spettro di manipolazioni che ne rendevano possibile una reinvenzione allo stesso tempo analitica e poetica.

Di Bello, Zen, 1972

Di Bello, Zen, 1972

Era un lavoro di forte piglio concettuale, allora. Ed è proprio una chiave diversamente analitica a innescare le immagini attuali, il cui territorio operativo è, per naturale evoluzione, la generazione d’immagini digitali. Di Bello scrutina le possibilità delle tecniche che affronta non per arroccarsi entro gli schemi dell’abilità, ma per carpirne la ratio formativa possibile esplorandola en artiste.

Ne nasce una sorta di cosmogonia straniata, ora, in cui aggallano le vecchie modalità architettanti dell’immagine ma in prospettive ulteriori: è, per dire all’antica, una nuova forma di inventio, di cui il processo tecnico non è solo medium, ma entro certi limiti soggetto e oggetto stesso della formatività.

Di Bello, Archeo tre, 2017

Di Bello, Archeo tre, 2017

Sono opere ispide e non compiacenti, perché l’estetico non può essere, per Di Bello, che un ambito problematico da cui distillare davvero risultati oltre i saputi e i previsti.