Grant Wood: American Gothic and Other Fables, Whitney, New York, sino al 10 giugno 2018

Grant Wood non ha la grandezza compiuta di Hopper, ma l’opera più “americana” del XX secolo è il suo American Gothic, 1930.

Wood, American Gothic, 1930

Wood, American Gothic, 1930

Le radici del suo lavoro sono, stilisticamente, tutte europee, dall’evidente innamoramento parigino per il Doganiere Rousseau alla folgorazione per la Neue Sachlichkeit che lo coglie nel soggiorno a Monaco. Soprattutto questa seconda poggiatura nutre il suo lavoro di una tensione verso la mimesi discrepante, verso forme di trascorrimento visionario che caratterizzano il suo realismo per altri versi diretto, iconograficamente orgoglioso.

Sulle sue immagini, a partire dalla più celebre, alita uno straniamento metafisico che sottrae ovvietà tanto quanto accelera suggestioni profonde e diverse, per cui il suo Regionalismo che celebra i grandi valori rurali del Midwest come simboli della sua “Revolt Against the City” – così il suo celebre saggio del 1935 – e del “truly American spirit” è tutt’altro che appiattito sulla rappresentazione icastica e anzi accelerato sul piano dell’essenzialità stilistica.

Wood, Death on the Ridge Road, 1935

Wood, Death on the Ridge Road, 1935

Wood non ha mai l’enfasi epica di un Benton, ma tesse una trama enigmatica e spesso reticente di segni che dimostrano una consapevolezza formale alta e sofisticata, resa disponibile al disvelamento di quello che è per lui il grande equivoco dell’America tra le due guerre: la via maestra è per lui non svincolarsi dalla cultura europea superandola sul suo campo, come avverrà nella scena newyorkese, ma rivendicare un diverso fondato sistema valoriale, l’ideologia del mondo rurale e del suo spirito comunitario: al quale egli offre, dato assai poco noto, anche il proprio talento di decoratore e interprete delle arti applicate perché si possa edificare in concreto un compiuto way of life.