Diavolo di un papa, in “Il Giornale dell’Arte”, 384, Torino, marzo 2018

Leggere le faccende dell’arte spesso è un po’ noioso, dal momento che il repertorio di quelli che i francesi chiamano i “parti pris”, traducibili variamente con pregiudizio, partito preso, convinzione fideistica a priori, è un po’ sempre lo stesso. Ci sono quelli che Hirst o Koons sempre sì apprescindere – a Parigi son lì a dibattere sulla collocazione di una sua opera pubblica presentandolo come un sommo artista che ha fatto la storia dell’arte del ‘900, e chi lo nega peste lo colga – e quelli che le solite tre gallerie hanno sempre ragione, quelli che se uno deve fare la Biennale la farà sicuramente fichissima e se la fa un altro gli verrà sicuramente brutta prima ancora di cominciare, eccetera.

Per cui è una scossa frizzante leggere certe prese di posizione intorno all’iniziativa della mostra di Warhol che il Vaticano ha annunciato per l’anno prossimo. Una volta tanto non sono le solite tiritere, ma vere cronache marziane a proposito di una faccenda che nella tua testa magari avevi già collocato nell’apposita casella delle rifritture fuori stagione e che invece ti viene rivelata, ohibò, nientepopodimeno che come segno inequivocabile dell’“autodistruzione della Chiesa”.

Warhol, The Last Supper, 1986

Warhol, The Last Supper, 1986

Orbene, l’ideona è questa. Quelli dei Musei Vaticani, per intenderci i padroni di casa della Sistina, decidono di sembrare meno paludati e si giocano la carta Ultima Cena di Warhol: è pur sempre un bla bla intorno a Leonardo, e poi è il lasciapassare perfetto anche nei confronti dei modaioli dell’ultimo giro, per i quali il caro estinto pop è comunque verità rivelata in sé. Mossa fiacchetta, ma non più di quelle che vediamo in giro tutti i giorni, tipo la solita mostra mensile di Picasso o Ai Weiwei che timbra il cartellino qua e là. Certo, viene in mente anche a te la battuta sui mercanti nel tempio, e non puoi non rimembrare la ciofeca di Tony Cragg che troneggiava come un alieno nel Duomo di Milano, ma alla fin fine son solo cronachette: che anche il convento per antonomasia si allinei nel passare sta roba ti pare ordinaria amministrazione, una cosa cui si sopravvive piuttosto agevolmente.

Poi arriva un custode della verità più vera che c’è e ti accorgi che tutto l’ambaradam si può leggere da un altro punto di vista, che a te misero mortale non aveva neppure sfiorato il cervello ma che, nella tua collezione di parti pris, mancava eccome. L’agenzia “Corrispondenza Romana” il 1 febbraio scorso ha sparato un’articolessa di Cristina Siccardi dalla quale apprendi che nel caso di Warhol “sarebbe più appropriato parlare di storia della pubblicità” e che “il pubblicitario” morì “guarda caso subito dopo aver realizzato Last Supper”. Guarda caso? Mentre ti interroghi sulle implicazioni possibili dell’espressione l’articolessa tira l’uppercut micidiale, rivelando “l’irriverenza per la commistione fra sacro e profano, fra arte che è vera arte e design commerciale. Siamo di fronte ad un’enorme presa in giro: buffonate tecnicamente studiate per rapire l’attenzione del mondo e incanalare tale attenzione nella drammatica conseguenza: irridere e violentare l’Ultima cena non solo realizzata da Leonardo, ma quella vissuta da Cristo e dai suoi Apostoli”. Eccola qui l’illuminazione: è tutta un’operazione presidiata “dalla committenza e dalla critica d’arte delle lobby di potere” – ettepareva – che si salda con la prospettiva che “l’autodistruzione della Chiesa venne portata avanti da non pochi membri della Compagnia di Gesù”, e dunque par di leggervi un preciso disegno di questo papa gesuita grazie al quale, nella scia di Warhol, “mille altri ‘artisti’, con il compiacimento del clero Pop, copiano le meraviglie della civiltà cristiana, ribaltando, beffando e sporcando gli autentici e sacri significati”.

Diavolo d’un papa (so che pare una battutaccia d’infima lega, ma qualcuno evidentemente lo pensa davvero), che mossa malandrina quella di usare Warhol – il quale tra l’altro, rivelazione per rivelazione, oltre a essere uno della lobby gay era pure di famiglia lemchi e dunque, per non farci mancare niente, un po’ un hacker russo anche lui – per mettere in ridicolo Gesù Cristo e distruggere la Chiesa!

Ma alla fin fine non è che quel “guarda caso” buttato lì vuol proprio essere anche un po’ iettatorio?