Like Life: Sculpture, Color, and the Body (1300–Now), Met Breuer, New York, sino al 22 luglio 2018

Qui non è questione di rappresentazione, ma di effettiva duplicazione, di raddoppiamento. È il punto di scambio per eccellenza tra vita vivente e rappresentazione stabilita dall’arte, dunque caricata di un’evidenza, una durata, un’eloquenza, una ratio particolari.

Donatello, Niccolò da Uzzano, c. 1430

Donatello, Niccolò da Uzzano, c. 1430

Laodamia che giace con la figura in cera di Protesilao, nella narrazione di Ovidio, e Admeto che giace con quella di Alcesti nella tragedia euripidea. La cera, vero duplicato della carne, genera maschere funerarie e ritratti – busti e a figura intera – cui era uso aggiungere capelli, peli, unghie, denti veri: passano alla storia Orsino Benintendi, il Cigoli, Zummo, Lelli, eccetera, sino a Madame Tussaud.

Ma anche la scultura d’altra materia, marmo o pietra e terracotta o legno, vive del colore verosimile, di un’idea che, più che inganno dei sensi, è comunque figura del doppio. Le figure sacre che nascono dal Greco e dal suo mondo, la remitizzazione della scultura colorata di Gérôme e compagni, su su sino al rivestire di abiti veri la statua – gesto atavico – che rinnova Degas, sono capitoli cruciali.

John Ahearn, Bernice, 1981

John Ahearn, Bernice, 1981

Poi i materiali e le tecniche nuovi aggiungono possibilità: e si sa bene che l’illusione del doppio si spinge sino ai simulacri sessuali in silicone, alle prove iperrealiste di Duane Hanson, a quelle iperpop di Koons e di molti. Importa, più che l’illusione snudata, lo straniamento che ne deriva, il brivido mortale e grottesco di un’improbabile fissità.