No English no bando, in “Il Giornale dell’Arte”, 383, Torino, febbraio 2018

Quando si capita nel sito di una roba che si chiama, con perfetta allure nostalgico-ministeriale, Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane, che è un pezzo dell’ancor più composito Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, ci si becca la seguente raffica: Call for projects, Talent video awards, Culturability, Italian Council: Bringing our Contemporary Art to the World. Non è che uno vuol fare per forza il passatista mannaro, ma un po’ si stranisce, per forza.

Italian Council 2017

Ora, a parte che Culturability è un gioco verbale che resuscita nel suo animo il momento non lontano in cui una faccenda che si chiamava Verybello entrò, per dire come Gadda, nel cerchio doloroso della di lui appercezione, quando scopre che Italian Council e pippone seguente ha, attraverso un meccanismo complesso e vago il giusto, il fine ultimo di produrre “una nuova opera d’arte che rimarrà di proprietà dello Stato italiano e che sarà destinata a Musei di arte contemporanea statali o musei civici” eccetera, naturalmente di artisti italiani, non è mica provinciale se si chiede “perché cippa non me l’hanno detto in italiano?”.

E si ritrova a fantasticare. Si figura che mentre al piano terreno del suddetto Directorate-General for Contemporary Art, Architecture and Urban Peripheries of the Ministry of Cultural Heritage and Activities and Tourism, dall’ulteriore meraviglioso delirante acronimo (tra un giro o due la filastrocca sarà questa: già ci toccò il Ministero del Welfare, mica tanto tempo fa, sia pure con italica facoltà di pronunciarlo in una mezza dozzina di modi diversi) si aggira un usciere prelevato dritto dritto da un film in bianco e nero con Aldo Fabrizi, al piano superiore un qualche fighetto, laureato o nientepopodimeno che docente in Scienze Psicosociali della Comunicazione, è lì a pontificare che Italian Council suona molto British Council quindi, secondo il famoso paradigma Dante Fontana – cioè l’Alberto Sordi memorabile di Fumo di Londra – senza sovrapprezzo puoi rimanere un normale coglione nostrano ma sentirti molto mod ultima generazione.

L’aria è talmente questa che il penultimo giorno del 2017 Annalisa Andreoni, una così fuori tendenza da insegnare all’università banalmente solo Letteratura italiana invece che una roba più cool tipo Teoria e pratica della comunicazione letteraria sciacquata in Arno, si lamentava su “Il Sole 24 ore” che il bando per i PRIN, che nulla purtroppo hanno a che fare con i mitici plin piemontesi ma sono Progetti di Rilevante Interesse Nazionale, prevede testualmente che “la domanda è redatta in lingua inglese; a scelta del proponente, può essere fornita anche una ulteriore versione in lingua italiana”. Ma porca vacca, se quello rilevante è l’interesse nazionale, se i ministeri – qui due: il Miur e il Mibac viribus unitis (oops, ci manca solo il latino) – sono italiani e i destinatari anche, perché mai dovrebbero comunicare in inglese? E perché quelli che ce la menano da mane a sera sulla centralità e crucialità e storicità e universalità eccetera della cultura italiana, ancorché chiamandola Made in Italy come se fosse una scarpa, ci vogliono obbligare a scrivere un progetto tutto nella lingua di Trump, per dire? E perché se devi far domanda in una scuola, che so, di Sciacca o di Trebaseleghe, devi presentare un’application? E perché, in compenso, se vai nella gran parte dei siti web dei musei italiani, la loro english version è perennemente under construction?

Il nocciolo della questione, come si diceva ai tempi dei fervori politici, mi sembra “a monte”. Ovvero: non è tanto in che lingua quelli dicono le cose, ma se sono ancora capaci di pensare.