Delacroix (1798–1863), Louvre, Paris, sino al 23 luglio 2018

Eugène Delacroix esordisce al Salon del 1822, tre anni dopo Le radeau de la Méduse di Géricault, e ne vuole proseguire il progetto di  “salvare la pittura di storia, la grande pittura, che ha i giorni contati e che sta per essere rimpiazzata dalla pittura di genere, o meglio dalla pittura d’arredamento”.

Delacroix, La mort de Sardanapale, 1827

Delacroix, La mort de Sardanapale, 1827

Trionfa nel 1827 con La mort de Sardanapale, un omaggio all’amato Byron e al suo Sardanapalus, 1819 in cui l’artista dispiega quasi provocatoriamente un lusso visivo sfrenato in una scena di crudeltà esotica. Scriverà Baudelaire nel 1846 che “il romanticismo non è precisamente né nella scelta dei soggetti né nell’esatta verità, ma nel modo di sentire”, ma tale modo di sentire muove primariamente dalla consapevolezza del colore e della sua qualità autonomamente espressiva. Il rapporto con l’intuizione e con l’istinto, quell’agire fragoroso tra Rubens e la veemenza tematica, si media sempre in lui con un atteggiamento di scrutinio e di esplorazione anche sperimentale dei mezzi che ne consentono l’espressione. L’uso di distribuire particelle di colore puro sulla superficie per tessere un’atmosfera cromatica e una qualità luminosa complessiva, la sua analisi – non sistematica ma pragmaticamente efficace – del lavorio delle ombre colorate, il privilegio accordato non alla perfezione (e dunque a un savoir-faire pittorico acquisito come univoco e continuamente applicato) ma alla qualità dell’impatto visivo ed emotivo unitario, a costo di lasciare in vista imperfezioni esecutive, sono la chiave primaria della sua straordinaria modernità. Conta il sentire, ma anche la teoria del contrasto simultaneo dei colori elaborata da Michel-Eugène Chevreul nel 1828.

Vengono le giornate rivoluzionarie del 1830 e la caduta di Carlo X, e subito l’artista riprende il ruolo di artista militante con La libertà guida il popolo, esposto al Salon del 1831, grande scena storica e allegorica calata nel vivo della contemporaneità, portatrice d’un epos in cui il pubblico può immediatamente riconoscersi. Stilisticamente gli è fratello Medea, 1838, d’intensa drammaticità, imponente per effetto di carnalità piena anziché di disegno. La pittura di storia è, ora, di questa storia.

Delacroix, Femmes d'Alger dans leur appartement, 1834

Delacroix, Femmes d’Alger dans leur appartement, 1834

La stagione matura lo vede sempre più attratto da temi algerini e marocchini (l’invasione francese dell’Algeria è del 1830, la missione diplomatica del conte di Mornay in Marocco, alla quale prende parte anche l’artista, del 1831), in nome d’un esotismo destinato a dilagare di lì a poco e che egli intende come testimone fascinoso d’una vita non sofisticata, sanamente più vicina al primitivo: da Le donne d’Algeri, 1834, a Matrimonio ebraico in Marocco, 1839.