La macchina sparaenunciati, in “Il Giornale dell’Arte”, 382, Torino, gennaio 2018

A un certo punto abbiamo deciso che fare l’artista era una faccenda definitivamente intellettuale, che un enunciato scritto valeva tanto quanto un lavoro da vedere, e dunque tutti giù duri con gli statements. Se accompagnati da brillanti citazioni di quelli che bisognava citare, gli statements facevano ancora più fico: c’è stata l’epoca Merleau-Ponty, poi l’epoca Barthes, poi l’epoca Lacan, poi l’epoca Wittgenstein, poi l’epoca Baudrillard. Heidegger, invece, è un evergreen, è come il blu: va su tutto, ti dà subito un tono alto, soprattutto ti consente di mettere in fila parole e risonanze vagamente oracolari facendo un figurone sempre e comunque.

Selçuk Artut, Variable, 2017

Selçuk Artut, Variable, 2017

È un pensiero che si affacciava spesso negli anni, soprattutto quando capitava di trovarti in studio da uno che dopo averti sciorinato una sfilza di disegnucci e oggettini imbarazzanti tirava fuori liturgicamente dal cassetto una specie di ostia consacrata, un dattiloscritto molto bianco che recitava cose tipo “L’arte è la nicchia del buio”, “Il pensiero che si pensa uccide il pensabile”, “Ai bordi del nulla, il visibile è cieco” (giuro, qualcuno le ha scritte davvero). Robe così, alle quali non potevi certo opporre il “Va a ciapà i ratt!” che fluiva dai rizomi del tuo animo meneghino-rurale. Potevi solo atteggiarti anche tu pensosamente, e tentare una fuga dignitosa.

Poi, dopo alcune felici stagioni in cui abbiamo campato di postmodernismi festosi e diversamente verbosi all’insegna dell’“esperienza della dissoluzione dell’essere”, a furia di citare Nietzsche alla sperindio (contraddizione folgorante e a sua volta, direi, filosofica) è ricicciato il vestito blu: “aut Heidegger aut nihil”. Ho dunque esultato quando ho scoperto il lavoro di Selçuk Artut, che mi è apparso come la realizzazione dei miei sogni più riposti.

Chi è Selçuk Artut? Un turco classe 1976 che non solo si occupa di macchine e – molto bene – di suoni ma che, essendo uno di testa fine, ha inventato un congegno meraviglioso, la macchina che produce statements finto-heideggeriani pronti per l’uso.

Ci ha lavorato un po’, Artut, ma con gli algoritmi si fa questo e altro, ha pensato. E dunque ha concepito Variable, la macchina dei nostri sogni. Basta premere il bottone e non solo l’aggeggio ti tira fuori un titolo adeguatamente pensoso, che so, Weakness o Decision o Accepted, ma lipperlì sforna anche lo statement adatto alla bisogna componendo tre periodi concettosi: lei, la macchina, si è autoeducata su Sein und Zeit, mica balle, se lo è ingerito sino al punto da produrre combinatorie verbali che sembrano, delirio a parte, degli Heidegger d’annata: roba da fare a gara con il traduttore Google, ma partendo da zero e sembrando una cosa seria. Tanto, s’è ben capito, conta il tono e il suono, al resto ci arrivano solo i dodici che il mitico crucco l’hanno studiato davvero.

La macchina è diabolica. Ha il generatore di scritte, gli schermi, tutto l’ambaradan tecnologico di una vera installazione cool, poi quell’algore che già ti mette sull’attenti, e una componente aleatoria che piace sempre molto avendo inoltre un suo perché: c’entrano i processi di Markov – roba, questa, che la sanno in ventiquattro – e il linguaggio di programmazione Python, che fu chiamato così perché quello che l’aveva inventato era un fan dei Monty Python: il confine tra genio e cazzeggio è meraviglioso, anche se questa Heidegger non l’avrebbe mai scritta.

Gloria ad Artut, dunque. Uno che passa per una strada complicatissima, che dispiega un sacco di intelligenza ma per fare una roba che fa la parodia di un’altra: che non è il vecchio Martin, beninteso, ma tutti i suoi adepti che si sparano le pose  e credono di farla franca senza ingaggiare i neuroni.