Pastels du 16e au 21e siècle, Fondation de l’Hermitage, Lausanne, sino al 21 maggio 2018

Si comincia con gli albori della tecnica, segnatamente con Barocci, si passa all’età aurea di Carriera, Liotard, La Tour, Perronneau e si giunge ai fasti impressionisti, che trovano in questa materia polverosa e morbida un medium perfetto, che è possibile reinventare in chiave luministica e antidisegnativa.

Manet, La Viennoise Irma Brunner, c. 1881

Manet, La Viennoise Irma Brunner, c. 1881

A reintrodurre il pastello nella corposa pittura ottocentesca è Millet, antesignano della rivoluzione di Manet e Degas,  Boudin e Cassatt, De Nittis e Zandomeneghi. La materia è fragile, d’una consistenza sostanziosa ma come pericolante, l’utilizzo di punta dei bastoncini può sostituire largamente e fruttuosamente il nero grafico, e quella sua bellezza impura e fastosa è quella che affascina certi approcci simbolisti, da quello geniale di Redon a Khnopff e Giovanni Giacometti.

Il nuovo secolo, casi come Vuillard a parte, dovrebbe essere indifferente alle possibilità del pastello, ma il suo ingresso di prepotenza nel lessico impressionista ne fa ormai una tecnica con cui è in qualche modo necessario confrontarsi. È così per astratti atipici come Kupka e Klee, ma anche per minimalisti come Mangold e Sandback, su su sino a casi recenti come quello di Roni Horn.

Redon, A la dérive (La barque), 1906

Redon, A la dérive (La barque), 1906

Oggi anche il pastello è una tessera del gran teatro della postmodernità, ma i suoi quarti di nobiltà, il suo sapore immediatamente rétro, ne fanno un territorio prezioso, per molti versi sofisticato, di esperienza.