Matteo Negri. Immersioni, forse sovversioni, in Greetings from Mars, MAC, Museo d’Arte Contemporanea di Lissone (Silvana editoriale, Cinisello Balsamo), 3 marzo – 15 aprile 2018

Matteo Negri va costruendo da tempo, per vie felicemente non lineari, una sottrazione definitiva della pratica d’arte dalle sue componenti normative – cioè dall’apparato stratificato dei suoi troppi dover essere – e ne fa, come scriveva Guy Scarpetta in L’artifice, 1988, “un godimento che non rimanda a una natura, o a un’autenticità, ma a un deliberato gioco, un cerimoniale consapevolmente accettato, uno scatenamento delle forme esibite, una dimensione di artificio”.

Negri, Greetings from Mars, Lissone 2018

Negri, Greetings from Mars, Lissone 2018

Opera per coinvolgimenti sensibili forti, per evidenze conclamate, come sempre incorniciando in una dimensione di messinscena pensieri formali e circostanze mentali. Lavora, anche, sulle categorie ormai lise della storia artistica del Novecento, sul loro sdrucito nominare natura e artificio, visione e illusione, forma e ragionamento sulla e della forma.

Non si tratta, beninteso, di calembours visivi autoreferenziali, e neppure, al verso opposto, di operazioni ammantate di petizioni etiche sovrammesse a freddo. Il suo gioco è sottile, nella sua souplesse solo apparentemente dégagée scava snodi concettuali effettivi del ragionar d’arte e dei suoi dintorni.

In questa serie, fatta di opere plastiche e di congruenti tavole a collage, come evocazioni virgolettate dei costrutti progettuali, Negri affonda le mani – letteralmente: uno degli aspetti che più m’interessano del suo operare è l’agire materiale, saporosamente laboratoriale con curiosità e trascorrimenti sperimentali, e dunque dichiaratamente fisico, da cui i suoi congegni prendono vita – nella congiuntura che da Malevič, dal suo coordinamento estetico antiillusionistico di forme e colori su un piano, porta al polimaterismo con suggestioni tecnocratiche di Tatlin, Rodčenko, Pevsner, Gabo, con ambiguità bi- e tridimensionali esplorate da seguaci come Domela e Buchheister: e sono metalli, plastiche, trasparenze, colori, un vanishing che non è solo un punto geometrico.

Negri, Greetings from Mars, Lissone 2018

Negri, Greetings from Mars, Lissone 2018

È, questo, uno dei luoghi assoluti della sacralità dell’arte, uno di quelli per cui si pronuncia più spesso il termine “assoluto”. Negri parte da quegli enunciati, in origine esatti e concettualmente acuminati, ma con l’ottica di un oggi in cui essi sono ridotti a formulari e a statements da didascalia museale: in cui, cioè, si espongono alla pura presa d’atto e all’ammirazione falsamente contemplativa. Non glossa, non nota a margine, non si protegge sotto il manto di quell’autorevolezza. Anzi.

Assume il tutto come citazione di codice, ne accelera e modifica le componenti sinché esse divengano altre da se stesse (la sua è un’ars combinatoria argutamente irrispettosa fatta di, per dire con Octavio Paz, “coniugazioni, dispersione e riunione dei linguaggi, degli spazi e dei tempi. La festa e la contemplazione”) e si reimmettano nel flusso dell’esperienza estetica come enunciazioni sensoriali ulteriori.

Mette in gioco i film dicroici (prodotti industriali, nati per la messinscena architettonica e commerciale: “permettono di creare effetti unici nel loro genere. È possibile creare degli effetti speciali e di grande impatto”, recita la pubblicità) la cui ragion d’essere sostanziale consiste nella modificazione dell’apparenza luminosa e cromatica nel mutare delle condizioni e delle situazioni di visione, in un far vedere sontuosamente e programmaticamente ingannevole, e li fa collidere con strutture il cui apparire è, all’opposto che esatto, l’interazione deliberatamente e continuamente ambigua tra i piani geometrici enunciati.

Non si tratta, qui, di forzare l’aspettativa di lettura oltre le soglie dell’appropriatezza strutturale generando prospettive ingannevoli: non c’è inganno perché, ab origine, non vien posta una verità rispetto alla quale l’inganno si attui.

Negri conduce, con ogni evidenza, un’operazione che ha il proprio innesco nella fascinazione, e la sua sovversione gentile passa attraverso un’immersione e una deriva sensoriale complessa e fastosa, che non è inappropriato dire barocca. Per chi lo voglia, è uno dei meno scontati modi odierni di rimettere in circolo ragionamenti d’arte chiedendosi, oltre il come, anche il perché.