John Ruskin. Le pietre di Venezia, Palazzo Ducale, Venezia, sino al 10 giugno 2018

Ruskin inizia a pubblicare The Stones of Venice nel 1851, lo stesso anno della grande esposizione universale di Londra, come per una coincidenza programmatica e potentemente simmetrica.

Ruskin, Ca' d'oro, 1845

Ruskin, Ca’ d’oro, 1845

Il ragionamento su Venezia è, per lui, ben più che un’occasione di fascinazione, perché diventa l’innesco di un processo di pensiero estetico complesso, dalle ramificazioni molteplici, che rappresenta insieme un ingresso lucido nella modernità ma anche un atto di coscienza incoercibile nei confronti del passato.

In Venezia egli legge un assoluto di bellezza e insieme una realtà storica in via di dissolvimento perché allo sfascio è la sostanza civile, etica, della sua comunità. Al di là della sua specificità storica, la città diventa un luogo dell’anima che consente pensieri dovunque applicabili.

Soprattutto moderno è in lui è il rapporto critico, la scepsi per cui all’esperienza intellettuale non si frappongono valori e disvalori assoluti, ma un ben più complesso e profondo radicamento della storia delle arti nei corsi non lineari dell’umano.

Ruskin, Venezia. Diga marittima

Ruskin, Venezia. Diga marittima

Perfetto voyageur, Ruskin scrive anche dipingendo, e i fogli di questa mostra sono un unico, straordinario, saggio critico fatto di parole e immagini che s’intersecano in modo profondamente complice.