Parcogiochizzazione? Marketing?, in “Il Giornale dell’Arte”, 381, Torino, dicembre 2017

Uno non riesce a non collegare certe cose. Sei lì che leggi da tutte le parti che si sta per inaugurare il Louvre Abu Dhabi, una faccenda che deve far molto riflettere sia chi è favorevole sia chi la consideri un segnale ulteriore della parcogiochizzazione progressiva del mondo dell’arte, e naturalmente noti subito che l’avvenimento è previsto proprio mentre c’è la nuova edizione della fiera Abu Dhabi Art. Honni soit qui mal y pense (il francese, qui, mi par d’obbligo), anche perché non c’è troppo da pensar male. Se con lo stesso biglietto aereo uno vede due cose invece che una, perché no? Poi la fiera, gracilina nonostante la tronfieria, di una spintarella aveva proprio bisogno.

Louvre Abu Dhabi

Louvre Abu Dhabi

Poi impari dalle cronache che nel frattempo quegli incazzosi degli yemeniti lanciano missili verso Riad, Arabia Saudita, cioè a un migliaio di chilometri di distanza da casa loro, e immagini che alla fin fine magari potrebbero decidere che il nuovo Louvre è un obiettivo mediaticamente succulento e sta solo a pochi chilometri di distanza in più. Certo, bisognerebbe capire come funziona la questione tra sunniti, wahabiti e sciiti, impresa ardua visto che da noi girano ancora politici che ti spiegano sussiegosi, e mica al bar, che gli islamici teorizzano tutti la liceità dell’harem (da noi, invece, il rispetto della donna è notoriamente sacro, soprattutto dalle parti della California), tanto ardua che alla fine si tende a concludere che comunque sono fatti loro: meglio semplificare distinguendo i diversamente religiosi in ricchi, che sono buoni, e poveri, notoriamente tutti brutti e cattivi.

Mettere lì una all-star di opere capitanate dalla Belle Ferronnière leonardesca e dal Fifre di Manet, a tiro di bomba in un posto dove la propensione a lanciarle è altina e magari non è che sia diffusa tutta questa passione per la cultura occidentale, è certamente un bel gesto di fiducia nell’umanità. Tant’è. In ogni caso gli hanno esposto anche il Napoleone equestre in impennata di David, forse per promemoria dei trascorsi buoni rapporti.

L’altra faccenda notevole è che la stampa internazionale celebra l’evento parlando moltissimo di soldi – il che non è esattamente una novità assoluta – e molto di Jean Nouvel, il progettista, e assai poco di opere, collezioni, e frattaglie consimili. Del resto a dirigere Abu Dhabi hanno messo un manager puro, uno abile a fare il responsabile amministrativo e finanziario, e la sua vice locale è una a occhio e croce uguale, mica gente che abbia masticato anche un po’ di storia dell’arte, giusto per. Non è per bastiancontrarismo, ma uno continua a essere convinto che sapere di cosa ti stai occupando quando te ne occupi potrebbe aiutare. A meno che andare per musei per guardare l’arte sia un vizio generazionale in via d’estinzione, chissà.

Poi fai un altro conto. Da noi è sembrato eterno il tempo di realizzazione del MAXXI, una dozzina d’anni, e qui ce ne hanno messi dieci. Là c’è molta più roba che qua (pare che abbiano persino previsto delle pareti per appendere le opere, loro sì che ne sanno una più del diavolo), ma anche un bel po’ di denaro in più, e alla fin fine una decina d’anni l’hanno impiegata anche loro: e adesso i maligni vanno sussurrando che per di più sono un po’ in affanno a finire in tempo per l’inaugurazione.

Se il metro è questo non facciamo così schifo, ordunque, non vogliamoci sempre male. E poi e poi, loro hanno una ministra che faceva l’editrice, noi uno che i libri li scrive: siam proprio cugini, noi e i francesi.