Franco Fanelli, incisioni, Fondazione Federica Galli, Milano, sino al 23 marzo 2018

“Due righe sulla tecnica: prediligo l’imprevedibilità dell’acquaforte, le correzioni, gli scavi e i pentimenti a forza di raschietto e brunitoio. So da dove parto, non so a quale immagine approderò. Ogni matrice, e in mostra ne propongo una, è un’opera processuale. Utilizzo matrici in rame, metallo che impone lunghi tempi di morsura e quindi lunghe riflessioni e incertezze, ma insieme garantisce la tenuta dei miei neri all’urto degli acidi e del torchio”, scrive Fanelli.

Franco Fanelli, Il sogno dell'archeologo IV (Edipo e la Sfinge), 2017

Franco Fanelli, Il sogno dell’archeologo IV (Edipo e la Sfinge), 2017

Sin qui sembra ossessione tecnica, ma essa assume in lui accenti di più complessa stratificazione intellettuale e poetica, perché concepisce lo scavare dell’incisore come quello dell’archeologo, del geologo, che porta in luce per atti consapevoli e insieme avvenimenti impreveduti, in una circolarità di suggestioni in cui “Piranesi dà appuntamento a Seghers e a Lovecraft”.

Egli si pone in una condizione necessariamente asincrona alla cronaca, a quella dell’arte in specie: altrimenti, d’altronde, forse non farebbe neppure l’incisore. Lavora in una condizione d’intemporalità in cui trame di cultura e trascorrimenti diversamente alti si emulsionano nel silenzio irrelato dello studio, nel tempo lungo degli atti, del processo, delle solitudini concentrate che essi comportano.

Franco Fanelli, Vaso cinocefalo I, 2011

Franco Fanelli, Vaso cinocefalo I, 2011

Fanelli si presenta di rado sulla scena, e ogni volta è di fatto una piccola antologica che si ricapitola a partire dagli anni ottanta edificando il proprio percorso. In questo caso la sua “virtualità nutrita di una follia culturale” riporta con ancor maggiore evidenza a Seghers e a Piranesi, il primo per i suoi paesaggi come concrezioni minerali e il secondo perché geniale montatore d’incongruenze rivelatrici.

Ma le sue nourritures si spingono vicino a noi, sino al cinema di Herzog, perché non sono un repertorio di saputi da esibire, ma materia prima d’un animo elaborante.