Tomas Rajlich, Museum Boijmans van Beuningen, Rotterdam, sino al 27 maggio 2018

Artista pressoché sconosciuto da noi per una delle numerose bizzarrie di critica mercato e affini – ma già nel 1974 esponeva a Milano da Françoise Lambert– Rajlich è una figura chiave della stagione della pittura analitica nordica.

Rajlich, Untitled, 1992

Rajlich, Untitled, 1992

In Olanda, dove ha vissuto a lungo, è di casa, anche se è ceco per nascita e per prima formazione: i suoi avvii datano al praghese Klub Konkretistů, 1966, emulo di Azimut e Zero e affini.

Da subito è una posizione radicale. Quando passa in Olanda è la fine del decennio e subito si presenta con le Strutture, campiture acrome solcate da una griglia riquadrata che molto devono, almeno per concezione, a Manzoni.

L’evoluzione naturale è però nel segno della monocromia e, per molti versi, della tautocromia: un colore che enuncia solo se stesso, sino a vertici di vertigine visiva nel rapporto con la luce.

Rajlich, Donar, 2004

Rajlich, Donar, 2004

Sempre meno enunciativo, il lavoro maturo di Rajlich è una esplorazione continua del colore e delle sue tessiture fisiche per cavarne tonalità del tutto qualitative, dando corso a un passo poetico che, senza mai farsi retorico, ne vivifichi effettivamente l’anima, facendosi aura.