Guy Harloff (1933-1991). Visioni, simboli, alchimie, Annamaria Consadori, Milano, sino al 28 febbraio 2018

Si rilegge anche il lavoro di Guy Harloff, in questa stagione in cui la remise en question dei saputi sugli ultimi decenni separa ciò che era solo gusto decennale da ciò che val la pena di riscoprire.

Guy Harloff, The pregnant eye, 1968-1969

Guy Harloff, The pregnant eye, 1968-1969

Il caso di Harloff è, nella sua bizzarria, succulento. Coetaneo di Manzoni, figlio di una cultura e di un way of life cosmopoliti e vocazionalmente nomadi, Harloff era scomparso con il trascolorare del suo personaggio. Ora c’è solo il lavoro, ed è in se stesso tutt’altro che scontato.

L’umore da cui muove è quello del clima surrealista allargato, senza fideismi e rigorismi di raggruppamento, e invece aperto a suggestioni plurime: riverberi psichici, disincanti d’art brut, esoterismi assortiti, una comprensione lucida di cosa sia decorazione e di quanto essa, nelle culture autres, sia nutrimento primario: e poi un senso ludico del fare, un disincanto che fa sì che Harloff non cada mai nella trappola del neoaccademismo intellettuale e che il suo occhio-icona iterativo trami partiture la cui sapienzialità non è mai posa ma conserva un’aura di parodismo saporoso.

Guy Harloff, The King's Road, 1969

Guy Harloff, The King’s Road, 1969

Non a caso il suo esegeta primario è Patrick Waldberg, gran curioso che prediligeva Bataille e Klossowski al surrealismo fatto comportamento: un altro che, come Harloff, meriterebbe d’essere ristudiato e non lasciato solo su vecchi scaffali.